Tema delle meditazioni quaresimali è il seguente: “Se uno è in Cristo, è una nuova creatura” (2Cor 5,17) La conversione al Vangelo secondo San Francesco.

Dopo gli Esercizi Spirituali guidati dalla figura di san Bernardo di Chiaravalle, le meditazioni quaresimali di quest’anno non potevano che ispirarsi all’esperienza cristiana di Francesco d’Assisi. I due santi non sono lontani tra loro: Bernardo muore nel 1153, Francesco nasce nel 1181, a meno di trent’anni di distanza. È come se il testimone della sequela evangelica passasse di mano in mano, attraverso i secoli, senza mai spegnersi.

Quest’anno ricorrono gli ottocento anni dalla morte di Francesco, e il Santo Padre ha voluto che l’anniversario fosse segnato da un nuovo speciale giubileo, invitando la Chiesa intera a lasciarsi nuovamente raggiungere dalla grazia di Dio attraverso la testimonianza del Poverello di Assisi. Francesco non è soltanto un santo da ricordare o da ammirare: è un uomo attraversato dal fuoco del Vangelo, capace di riaccendere in ciascuno la nostalgia di una vita nuova nello Spirito.

Per ripercorrere il suo cammino spirituale, la prima meditazione si sofferma sulla sua conversione e si sviluppa in cinque passaggi: il cambio di gusto che la grazia opera nella sensibilità; l’alterazione prodotta dal peccato e la necessità di una guarigione radicale; l’umiltà come vera misura della grandezza umana; la scelta di diventare più piccoli come forma propria della vita battesimale; infine, il carattere continuo della conversione, che non si compie una volta per tutte, ma ricomincia sempre.

Il cambio di gusto

Che cosa intendiamo quando parliamo di conversione? È una domanda che merita di essere posta con onestà, perché le risposte possibili sono molte e non tutte ugualmente fedeli al Vangelo. La catechesi tradizionale la descrive come un ritorno a Dio dopo l’allontanamento del peccato. La teologia morale ne sottolinea la dimensione di cambiamento della condotta. La tradizione ascetica insiste sulla necessità di pratiche penitenziali che disciplinino il corpo e la volontà. La Scrittura, da parte sua, utilizza un termine che attraversa e supera tutte queste prospettive: metánoia, cambiamento della mente, del cuore, del modo profondo in cui si percepisce la realtà. Non una semplice correzione di rotta, ma una trasformazione dello sguardo. Non soltanto una revisione dei comportamenti, ma una rivoluzione della sensibilità.

Chi ha ragione? In qualche misura, tutti. Ma c’è un ordine da rispettare. Comprendere dove comincia davvero la conversione – quale sia il suo punto sorgivo – non è una questione teorica. È il problema più concreto che esista. Se sbagliamo il punto di partenza, rischiamo di costruire su fondamenta fragili.

Sappiamo che la conversioneevangelica è anzitutto iniziativa di Dio, alla quale l’uomo è chiamato a partecipare con tutta la sua libertà. Non è né pura passività né pura conquista. È una risposta: la risposta più adeguata che un essere umano possa dare alla grazia che lo precede e lo chiama. La conversione accade nel punto più intimo della nostra natura, là dove l’immagine di Dio impressa in noi attende di essere risvegliata. È come se qualcosa, a lungo rimasto silenzioso, tornasse improvvisamente a vibrare.

È qui che l’esperienza di Francesco d’Assisi si rivela preziosa. Nel suo Testamento, dettato pochi mesi prima della morte, egli scrive così:

«Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così. Quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo» ( Testamento, Fonti Francescane 110).

Nel ricordare le tappe essenziali del suo cammino, Francesco per prima cosa afferma che l’iniziativa è tutta del Signore. È Dio che gli ha donato di iniziare a fare penitenza, cioè di entrare in un cammino di conversione. Il “fare penitenza” di cui parla Francesco non va inteso come un esercizio ascetico con cui meritare la grazia di una nuova relazione con Dio. Allude piuttosto a un completo cambiamento di sensibilità: un nuovo modo di guardare se stessi, gli altri e la realtà alla luce del Vangelo.

Questo cambiamento comincia in modo molto concreto: quando egli inizia ad avere misericordia degli altri. È il centro del suo racconto. In quell’incontro con i lebbrosi il giovane Francesco sperimenta un definitivo rovesciamento di gusto: scopre una dolcezza inattesa proprio là dove non la cercava e dove nemmeno si aspettava di trovarla.

Nel momento in cui si dona gratuitamente ai più poveri della società, dimenticando per la prima volta se stesso, Francesco trova la risposta a quel disagio che abitava il suo cuore: l’amarezza di una vita piena di molte cose ma ancora vuota del suo valore essenziale. Quell’incontro provoca in lui un terremoto interiore: ciò che prima gli sembrava amaro è diventato dolce.

Questo è il cuore della conversione: non anzitutto un atto della volontà, ma una trasformazione interiore, un misterioso mutamento della sensibilità. Questo cambiamento non elimina la nostra partecipazione; la rende più vera, più libera, più gioiosa. Lo sforzo non scompare, ma cambia di segno. La conversione non è più il tentativo di raddrizzare la vita con le proprie forze, ma la risposta a una grazia che ha ridefinito i parametri del nostro modo di percepire, di giudicare e di desiderare.

Pensiamo, invece, a cosa accade quando questo passaggio manca. Se fossimo costretti ogni giorno a mangiare cibi di cui non abbiamo mai apprezzato il sapore, potremmo farlo per disciplina, per un certo tempo, ma senza gioia e con crescente fatica. Se qualcuno coltivasse una passione senza averne mai sperimentato il piacere e la risonanza interiore, finirebbe presto per viverla come un peso. Se ci si trovasse a costruire una vita con qualcuno senza aver mai provato un amore vero, quella relazione rischierebbe di diventare una forma di costrizione. E se un religioso indossasse abiti, compisse gesti e pronunciasse parole nel nome di un Dio conosciuto solo per sentito dire, senza averne una reale esperienza personale, finirebbe per vivere un profondo disagio interiore, che potrebbe ricadere anche sulle persone a lui affidate.

Sono situazioni difficili da sostenere a lungo. E qualcosa di simile accade quando la conversione è impostata male: quando chiediamo a noi stessi – o persino agli altri – di aderire a una morale senza aver prima gustato la dolcezza della vita nuova in Cristo.

Il “fare penitenza” di cui parla Francesco non è un programma di austerità volontaristica, ma l’inizio di un combattimento per difendere e custodire il tesoro di un sapore nuovo delle cose, finalmente recuperato. È nutrire con fedeltà il seme di una vita nuova, che Dio è riuscito a porre nella terra del nostro cuore.

L’alterazione del peccato

Per capire perché la conversione debba essere così radicale – perché non basti correggere qualche comportamento, ma occorra un vero rinnovamento della sensibilità – bisogna sondare la profondità del solco che il peccato ha scavato in noi. Parliamo di quella odiosa distanza da noi stessi, quella fatica a volere davvero il bene che pure riconosciamo come tale, quella scissione tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere. San Paolo ne parla con una disarmante onestà nella Lettera ai Romani:

«Non capisco nemmeno le mie stesse azioni: non faccio quello che voglio, ma quello che detesto. Quando faccio quello che non voglio, riconosco che la legge è buona. Ma allora non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene: c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo» (Romani 7,15-18).

Queste parole non descrivono la condizione di un peccatore che non vuole cambiare, ma di chi desidera il bene e tuttavia si ritrova a compiere il male che non vuole. Per questo la conversione richiede una vita intera: perché la ferita del peccato non riguarda solo alcune scelte sbagliate, ma tocca più profondamente il modo stesso in cui siamo fatti.

Per capire l’origine di questa condizione, dobbiamo tornare all’inizio. Il racconto di Genesi 3 non parla semplicemente di una trasgressione, ma documenta una trasformazione profonda avvenuta nell’uomo dopo il gesto di disobbedienza. Prima ancora che compaia la reazione di Dio, il testo annota due cose importanti: l’uomo si accorge di essere nudo, e sperimenta il sentimento della paura, cercando di nascondersi da Dio.

«Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi;
intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture» (Genesi 3,7).

«Il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?”.
Rispose: “Ho udito la tua voce nel giardino:
ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”» (Genesi 3,9-10).

La paura e la vergogna sono i primi frutti del peccato. Non un castigo che arriva dall’esterno, ma un cambiamento che nasce dentro l’essere umano. Prima della caduta, l’uomo e la donna erano nudi e non provavano vergogna. Dopo il peccato questo equilibrio si rompe. Nasce una frattura: con Dio, con l’altro e persino con se stessi. L’uomo non si sente più in pace, comincia a percepirsi sbagliato e a guardare l’altro con sospetto. Per questo compaiono la paura e la vergogna. Non sono emozioni superficiali, ma il segno di un grave disagio: l’uomo avverte dentro di sé una spaccatura tra ciò che desidera essere e ciò che scopre di essere.

Ecco cosa produce il peccato. Non toglie qualcosa a Dio: altera noi. Si confondono le categorie della nostra sensibilità: non riconosciamo più con chiarezza ciò che è buono, vero e bello. E così perdiamo anche la giusta misura di noi stessi, dimenticando la grandezza a cui siamo chiamati.

Viviamo in un tempo in cui la parola “peccato” sembra quasi scomparsa dal nostro modo di pensare. Nella coscienza comune – e talvolta anche nella vita della Chiesa – tutto viene spiegato come fragilità, ferita, limite, condizionamento. Quando ancora si parla di peccato, lo si riduce spesso a un piccolo errore o a una debolezza.

In questo sguardo c’è qualcosa di vero. La tradizione spirituale ha sempre riconosciuto che la fragilità umana non si riduce alla cattiva volontà e che il giudizio deve essere accompagnato dalla misericordia. Il problema nasce quando questa prospettiva sostituisce quella teologica invece di integrarla. Se ogni peccato diventa solo un sintomo e ogni colpa una disfunzione, rischia di scomparire qualcosa di essenziale: la grandezza della libertà umana e della sua responsabilità. Se ogni scelta è solo il risultato della nostra storia, dei nostri traumi o dei nostri condizionamenti, allora tutto diventa spiegabile e, alla fine, anche giustificabile. Ma se è così, la libertà è solo un’illusione e la responsabilità morale perde significato.

E qui appare un paradosso. Se non esiste più la possibilità di un male vero, non possiamo credere nemmeno alla possibilità di un bene vero. Se il peccato scompare, anche la santità diventa un destino astratto e incomprensibile.

Per questo la fede cristiana prende sul serio il peccato. Non per accusare l’uomo, ma per custodire e affermare la sua grandezza. Per riconoscere che le sue scelte contano davvero, che la sua libertà è reale e che con essa può costruire o distruggere: se stesso, gli altri, il mondo. Significa anche riconoscere che dentro di noi c’è una ferita vera, che non si risolve con qualche aggiustamento, ma ha bisogno di una guarigione profonda.

La conversione è un itinerario esigente, perché ha il compito di risanare la nostra esistenza facendoci recuperare la relazione con Dio, nostro Creatore e Salvatore. È un dono della grazia, ma prende forma nella ripetizione concreta di gesti e scelte che abbiamo iniziato a vivere nella libertà e nell’amore. La sua efficacia dipende proprio dalla capacità di custodire nel tempo questi gesti, anche quando diventano faticosi o ripetitivi. Non è una fatica sterile: è la fedeltà di chi ha già intravisto il senso e il valore di ciò che vive e, proprio per questo, continua a praticarlo con libertà e con gioia.

Quando san Francesco, dopo l’incontro con i lebbrosi, avverte per la prima volta dentro di sé qualcosa di vero e di libero, la sua risposta non è una resa né una rinuncia: è un riconoscimento. E quando, nella piccola chiesa della Porziuncola, ascolta il Vangelo e comprende che quella parola lo chiama per nome, reagisce con un grido di gioia: «Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore!» (Vita Prima di Tommaso da Celano 22, FF 356).

Francesco inizia a fare penitenza perché nell’incontro con Cristo ritrova finalmente se stesso: l’immagine dell’uomo nuovo «creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità» (Efesini 4,24), quell’immagine che il peccato aveva oscurato e che la grazia stava riportando alla luce.

La misura ritrovata

Nella storia della Chiesa, Francesco d’Assisi è noto per aver abbracciato una radicale povertà, scelta come forma essenziale della sua vita evangelica. Se però leggiamo con attenzione i suoi scritti, ci accorgiamo che il suo amore per la povertà non è mai disgiunto da una profonda stima per l’umiltà. Nella Regola non Bollata scrive: «Tutti i frati si impegnino a seguire l’umiltà e la povertà del Signore nostro Gesù Cristo» (Regola non Bollata, IX, FF 29). In una celebre lauda, scrive: «Signora santa povertà, il Signore ti salvi con tua sorella, la santa umiltà», spiegando come le due virtù agiscano insieme per purificare l’uomo: «La santa povertà confonde la cupidigia e l’avarizia e le preoccupazioni del secolo presente. La santa umiltà confonde la superbia e tutti gli uomini che sono nel mondo» (Saluto alle Virtù, FF 256.258).

Per Francesco povertà e umiltà non sono mai separabili, perché scaturiscono direttamente dal mistero dell’Incarnazione. Nella Lettera a tutto l’Ordine, riflettendo sul mistero eucaristico, esclama: «O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane» (FF 221). E, dopo l’esperienza delle Stimmate sul monte della Verna, si rivolge e Dio, dicendo: «Tu sei umiltà» (Lodi di Dio Altissimo, FF 261).

Il Cristo povero e umile non è per Francesco un’immagine devozionale tra le altre, ma il nome più preciso di quel Dio rivelato nell’Incarnazione e nella Pasqua del suo Verbo eterno. Nella povertà e nell’umiltà egli riconosce i tratti stessi di Dio, che l’uomo è chiamato a vivere perché creato a sua immagine e somiglianza.

Se la povertà, nella forma radicale vissuta da Francesco, riguarda solo coloro che si sentono chiamati a una simile vocazione, l’umiltà è una strada che ogni battezzato è chiamato a percorrere se vuole accogliere pienamente la grazia della vita in Cristo.

Vale la pena, allora, riscoprire il senso autentico di una parola spesso fraintesa, a partire dalla sua etimologia. Il latino humilitas è imparentato con humus, la terra. L’umile è colui che viene dalla terra, che appartiene alla terra, che non dimentica di essere terra. Il gesto delle ceneri con cui si entra in Quaresima – «ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai» – non è un invito alla tristezza né al disprezzo di sé: è una restituzione alla verità. È il modo in cui la Chiesa ci riconsegna alla nostra misura più autentica, liberandoci dal peso soffocante di ciò che non siamo.

Eppure, l’umiltà è stata spesso fraintesa. Nel mondo classico, questo concetto aveva quasi sempre una connotazione negativa: indicava ciò che è insignificante, miserabile, servile. Alcuni filosofi (Spinoza e Nietzsche) hanno poi ereditato questa diffidenza, leggendo nell’umiltà o una passione triste nata dalla contemplazione della propria impotenza, o la virtù dei vigliacchi che elevano a valore ciò che è soltanto debolezza. Anche all’interno della storia spirituale cristiana l’umiltà ha conosciuto le sue deformazioni: ridotta a esercizio di disprezzo di sé, a mortificazione fine a se stessa, talvolta persino a maschera dell’ipocrisia. Per questo è diventata una parola difficile da pronunciare e ancor più difficile da incarnare.

Ma l’umiltà cristiana non ha nulla a che fare con queste sue contraffazioni. La tradizione lo ha chiarito con lucidità: l’umiltà non è semplicemente una virtù da conquistare con la volontà. È piuttosto un modo di abitare il mondo e le relazioni; è il frutto di un’esperienza – spesso segnata dalle umiliazioni stesse – che ridimensiona l’immagine gonfiata che abbiamo di noi e ci restituisce alla verità. È un dono dello Spirito prima ancora che esercizio ascetico.

Gesù lo sapeva così bene da fare dell’umiltà l’unica qualità che, in tutto il Vangelo, ha esplicitamente chiesto di imitare. Non dice: imparate da me a fare miracoli o a risuscitare i morti. Dice soltanto: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Matteo 11,29). In quella parola ha riassunto il suo intero modo di stare al mondo. I Padri ne hanno tratto una conclusione radicale: vivere l’umiltà non significa aggiungere qualcosa a una normale vita cristiana, ma comprenderla fino in fondo alla luce del Vangelo. L’umile è, semplicemente, il cristiano. Sant’Agostino, invitando Dioscoro ad abbracciare la fede cristiana, scrive: «La via della verità è la seguente: la prima l’umiltà, la seconda l’umiltà, la terza l’umiltà; e ogni qualvolta tornassi a interrogarmi, ti risponderei sempre così» (Epistola 118,3.22).

L’umiltà non impoverisce l’uomo: lo restituisce a se stesso. Non lo rimpicciolisce: lo riconsegna alla sua vera grandezza. Per questo è così strettamente legata alla conversione. Il peccato originale nasce precisamente da un rifiuto dell’umiltà: dal non volersi accettare come esseri umani, finiti e dipendenti da Dio. La conversione, allora, non può che essere compresa anche come un ritorno all’umiltà. Non un abbassarsi al di sotto della propria realtà, ma un rientrare in essa. Un discendere dalla falsa stima di sé alla propria verità per scoprire che quella verità, in fondo, è sin dal principio benedetta.

Diventare più piccoli

Se torniamo all’incontro di Francesco con i lebbrosi, possiamo cogliere un aspetto ancora più sorprendente della sua intuizione evangelica. Francesco era un uomo assetato di pienezza: cercava gloria, inseguiva sogni, desiderava vivere intensamente. Per tutta la vita aveva cercato di diventare “più grande”: mercante affermato, cavaliere, uomo di prestigio. Ma quelle aspirazioni non gli avevano restituito ciò che cercava. Quando invece si trova davanti a qualcuno “più piccolo” di lui accade l’inatteso: la sua vera grandezza emerge. Non attraverso la conquista, ma attraverso l’abbraccio. Non salendo, ma chinandosi.

Francesco comprende allora qualcosa di sorprendente: nel mondo creato da Dio il posto privilegiato è quello dei piccoli. Proprio in loro si manifesta quel “potere” di cui parla il Vangelo, quello di diventare figli di Dio. Un figlio, infatti, è assolutamente in pace con il fatto di dover dipendere da un Padre. Per questo non ha paura di essere se stesso e non prova vergogna nel chiedere. Da questa libertà nasce una forza particolare: la capacità di suscitare il bene negli altri. I piccoli, con la loro fragilità, risvegliano la misericordia, che è forse l’energia più preziosa del mondo.

Per questo il poverello di Assisi chiede ai suoi compagni di chiamarsi «frati minori». Non per sembrare più umili, ma per vivere realmente come dei piccoli: uomini che non occupano tutto lo spazio, ma lo aprono agli altri. Essere piccoli, per Francesco, è il modo concreto di incarnare il Vangelo: radicale apertura e ospitalità all’altro.

Per insegnare ai suoi frati il valore di questa posizione di secondo piano, Francesco li esorta ad andare a mendicare quando il lavoro non basta a garantire il necessario.

«E quando sarà necessario, vadano per l’elemosina. […] E i frati che lavorano per acquistarla avranno grande ricompensa e la fanno guadagnare e acquistare a quelli che la donano; poiché tutte le cose che gli uomini lasceranno nel mondo periranno, ma della carità e delle elemosine che hanno fatto riceveranno il premio dal Signore» ( Regola non Bollata, IX, FF 31).

L’andare a chiedere l’elemosina non era per Francesco una strategia legittima – magari anche astuta – per ottenere cibo e altri beni materiali. Era un modo per attivare negli altri la misericordia e la generosità: per far vivere ad altri la medesima esperienza che lui aveva sperimentato nell’incontro con i lebbrosi.

Gesù, nel Vangelo, ha insistito molto sulla piccolezza come cifra del mistero del Regno e come condizione per potervi accedere. Ha paragonato la logica del Vangelo a un seme: piccolo, ma capace di diventare un albero che ospita gli uccelli tra i suoi rami. Ha spiegato ai discepoli – sempre tentati da sogni di grandezza – che solo chi si fa piccolo come un bambino può entrare nel regno dei cieli. Anzi: che chi vuole essere grande deve diventare piccolo e farsi servo di tutti.

Non è questo, in fondo, il grande segreto dell’Incarnazione? Perché Dio, volendo assumere la nostra umanità, lo ha fatto facendosi non solo uomo, ma bambino, nascendo nel grembo della Vergine Maria? Non soltanto per suscitare stupore e meraviglia, ma per risvegliare il meglio della nostra umanità. È davanti a qualcuno che non suscita né timore né competizione che noi smettiamo di avere paura e vergogna, e ricominciamo a donare ciò che siamo.

Diventare piccoli, dunque, non è una rinuncia né una diminuzione: è una dimensione essenziale dell’essere cristiani. Certo, non ogni forma di piccolezza è autentica. Talvolta ciò che chiamiamo umiltà non è altro che il modo – sottile e ingannevole – con cui alimentiamo le nostre insicurezze, autorizziamo i nostri limiti a dominarci o ci sottraiamo alla fatica della vita e delle relazioni. È una contraffazione che assume molte maschere. Ma quando scegliamo di diventare – non di restare – piccoli perché abbiamo riconosciuto la piccolezza di Dio e ci siamo sentiti da lui accolti e amati, allora questa scelta non è una forma di regressione o di rinuncia: è il volto dell’uomo nuovo, che il Battesimo ci restituisce.

La conversione continua

Se la conversione è un cambiamento della sensibilità che risana lo squilibrio prodotto dal peccato e ci restituisce alla giusta misura della nostra umanità – quella piccolezza che ci rende partecipi della natura di Dio – resta ancora un ultimo passo, forse il più esigente: riconoscere che la conversione non si conclude mai.

Spesso immaginiamo la conversione come un passaggio netto: prima il peccato, poi la decisione di cambiare, infine il cammino verso la santità. È uno schema rassicurante, ma la vita nello Spirito è più complessa e più paziente di quanto pensiamo. Peccato, conversione e grazia non sono tappe successive: nella vita concreta sono intrecciati. Restiamo peccatori, siamo sempre in conversione e proprio così veniamo santificati dallo Spirito. Convertirsi significa ricominciare continuamente questo movimento del cuore, attraverso cui la nostra povertà si apre alla grazia di Dio.

Questo discorso, in fondo, ci è familiare: ogni Quaresima ci richiama alla responsabilità di verificare la vitalità del nostro battesimo. Eppure, quando la conversione prende il volto concreto della piccolezza, qualcosa in noi resiste. Accettiamo di cambiare, ma fatichiamo a lasciarci ridimensionare. Preferiamo rafforzarci piuttosto che rimpicciolire la nostra immagine e le nostre esigenze.

Così l’uomo vecchio riemerge, a volte nei vizi evidenti, altre in forme più sottili e persino religiose: il bisogno di riconoscimento, la ricerca di un ruolo, l’autoreferenzialità. Per questo il combattimento è reale: è la lotta per rimanere piccoli e umili. È quell’incessante lavoro interiore che ci libera dall’immagine di noi stessi e ci rende capaci di metterci realmente a servizio, in modo libero e concreto.

L’apostolo Paolo conosce bene il combattimento per custodire la piccolezza e la libertà dei figli di Dio. Nella Seconda Lettera ai Corinzi, accusato di debolezza mentre altri – i «super apostoli» – si impongono con la forza, rifiuta la via del vanto. Non perché manchino gli argomenti, ma perché ha compreso qualcosa di decisivo: la debolezza non è una fase da superare, ma la forma stessa della sua vita in Cristo. E scrive:

«Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. […] Quando sono debole, è allora che sono forte» (2Corinzi 12,9-10).

Non è solo un gesto personale di umiltà: è una dichiarazione teologica. La piccolezza non è una strategia né un atteggiamento esteriore, ma la forma della vita battesimale. Il cristiano sceglie di presentarsi in modo disarmato perché segue il Maestro, che si è svuotato e ha trasformato la croce in sorgente di vita.

Spesso però pensiamo che la piccolezza evangelica sia possibile solo quando tutto va bene. In realtà accade il contrario: è proprio nei conflitti e nelle difficoltà che diventa più necessaria. Quando l’istinto spinge a difendersi o a imporsi, lì si vede se abbiamo davvero imparato il Vangelo della croce. La luce, infatti, mostra la sua forza non quando tutto è chiaro, ma quando regnano le tenebre.

Su questa piccolezza si fonda il mistero di comunione nella Chiesa, come il santo Padre ci ha ricordato nella sua ultima udienza:

«In questo consiste la santità della Chiesa: nel fatto che Cristo la abita e continua a donarsi attraverso la piccolezza e fragilità dei suoi membri. Contemplando questo perenne miracolo che avviene in lei, comprendiamo il “metodo di Dio”: Egli si rende visibile attraverso la debolezza delle creature, continuando a manifestarsi e ad agire» (Papa Leone, Udienza Generale, 4 marzo 2026). 

In giorni che tornano a essere segnati dal dolore e dalla violenza, parlare di piccolezza potrebbe sembrare un discorso astratto, quasi un lusso spirituale. In realtà è una responsabilità concreta, legata al destino del mondo. La pace non nasce solo da accordi politici, né da strategie diplomatiche o militari, ma da uomini e donne che trovano il coraggio di farsi piccoli: capaci di fare un passo indietro, di rinunciare alla violenza in ogni sua forma, di non cedere alla tentazione della rivincita e della prevaricazione, di scegliere il dialogo anche quando le circostanze sembrano negarne la possibilità.

È un lavoro esigente e quotidiano. Non possiamo rimandarlo né delegarlo ad altri. Chi si riconosce figlio di Dio sa che questa conversione del cuore lo riguarda personalmente. Per questo possiamo fare nostre le parole che san Francesco, alla fine della sua vita, segnato dalle Stimmate, non si stancava di ripetere ai suoi frati:

«Incominciamo, fratelli, a servire il Signore Dio nostro, perché finora poco abbiamo progredito» (San Bonaventura, Leggenda Maggiore XIV,1; FF 1237).

Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Iddio, concedi a noi miseri di fare, per tuo amore, ciò che sappiamo che tu vuoi, e di volere sempre ciò che a te piace, affinché, interiormente purificati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo, possiamo seguire le orme del tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo, e con l’aiuto della tua sola grazia giungere a te, o Altissimo, che nella Trinità perfetta e nell’Unità semplice vivi e regni e sei glorificato, Dio onnipotente per tutti i secoli dei secoli. Amen.

2. La fraternità

La grazia e la responsabilità della comunione fraterna

Nella prima meditazione quaresimale siamo entrati nel cuore della conversione di Francesco. Abbiamo visto come la grazia abbia operato in lui un vero cambio di gusto, una modificazione della sensibilità che ha trasformato il modo in cui il Poverello di Assisi guardava se stesso, gli altri e la realtà. L’incontro con i lebbrosi, il progressivo distacco dalle ambizioni del secolo, la scelta dell’umiltà come forma concreta della vita battesimale ci hanno mostrato che la conversione non nasce anzitutto da uno sforzo della volontà, ma dalla risposta a un Dio che con la sua grazia ci precede e ci chiama. È un cammino che non si compie una volta per tutte, ma che continuamente ricomincia.

Quella conversione, però, non è rimasta per Francesco un’esperienza solitaria. A un certo punto il Signore gli ha donato dei fratelli. Ed è proprio questo dono, inatteso e gratuito, ma anche profondamente esigente, a stare al centro della meditazione di oggi. La fraternità non è un accessorio della vita spirituale, né soltanto un contesto favorevole in cui crescere più facilmente nella grazia. È il luogo dove la conversione si verifica davvero: il banco di prova più serio e, nello stesso tempo, il segno più eloquente di ciò che il Vangelo può operare nella nostra vita.

Il cammino che proveremo a percorrere si articola in cinque tappe. Anzitutto l’origine della fraternità francescana come dono ricevuto. Poi il realismo della Scrittura davanti alla fraternità negata, con il racconto di Caino e Abele. Successivamente l’esigenza di un amore che va oltre la semplice cordialità. Quindi il fondamento cristologico senza il quale nessun legame fraterno può davvero reggere. E infine l’orizzonte escatologico, nel quale la fraternità vissuta diventa già, in qualche modo, anticipo della vita eterna.

Il dono dei fratelli

All’inizio della sua conversione Francesco viveva da solo. Poi il Signore gli donò dei fratelli, e per lui fu una grande sorpresa. Nel Testamento lo ricorda così:

«E dopo che il Signore mi dette dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo» ( Testamento 14, FF 116).

Francesco non aveva pensato di fondare un gruppo religioso. L’arrivo dei compagni Bernardo e Pietro lo costrinse a rimettersi in ascolto di Dio e a chiedersi di nuovo quale fosse la sua volontà. I tre entrarono allora in una chiesa, aprirono i testi sacri e cercarono lì la loro strada. Compresero che avrebbero vissuto secondo il Vangelo: lavorando con le proprie mani, in comunione con la Chiesa, annunciando la penitenza e alternando momenti di ritiro alla vita tra la gente.

Così nacque la fraternità. In essa potevano trovarsi nobili e popolani, ricchi e poveri, chierici e laici. Francesco voleva che tra i frati non ci fossero rapporti di potere o di superiorità, come accadeva nella società del tempo. Tutti dovevano portare lo stesso nome: frati minori. La forma della prima fraternità francescana cercava di essere fedele all’insegnamento di Gesù: «Uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo» (Matteo 23,8-9).

Leggendo gli scritti di Francesco si avverte subito il suo desiderio di una fraternità viva, intensa e piena di calore umano. Non sorprende allora che nelle Regole compaiano indicazioni molto chiare e concrete:

«Tutti i frati non abbiano alcun potere o dominio, soprattutto fra di loro. E chiunque tra loro vorrà diventare maggiore, sia il loro ministro e servo; e chi tra di essi è maggiore si faccia come il minore. E nessun frate faccia del male o dica del male a un altro; ma piuttosto, per la carità che viene dallo Spirito, di buon volere si servano e si obbediscano vicendevolmente» ( Regola non Bollata V, 9-13, FF 19-20).

E ancora:

«E ovunque sono e si incontreranno i frati, si mostrino tra loro familiari l’uno con l’altro. E ciascuno manifesti all’altro con sicurezza le sue necessità, poiché se la madre nutre e ama il suo figlio carnale, quanto più premurosamente uno deve amare e nutrire il suo fratello spirituale?» ( Regola Bollata VI, 7-8, FF 91-92).

In queste parole si percepisce lo stesso spirito che animava le prime comunità cristiane: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune» (Atti 4,32).

Eppure, la fraternità non fu affatto un’esperienza facile per Francesco e i suoi compagni. Alcuni passaggi della Regola non Bollata lasciano intravedere tensioni e difficoltà molto concrete. Le parole di Francesco sembrano nascere proprio da situazioni vissute: «E tutti i frati si guardino dal calunniare qualcuno, ed evitino le dispute di parole […] E non litighino tra loro […] E non si adirino […] Non giudichino, non condannino» (Regola non Bollata XI, 1-13, FF 36-37).

Da queste parole si comprende perché Francesco fosse convinto che la vita dei frati dovesse avere come unica misura il Vangelo. La fraternità non era – e non è – certo un luogo in cui rifugiarsi per vivere tranquilli, come se bastasse stare insieme per trovare pace. È piuttosto lo spazio in cui ciascuno è ricondotto nelle profondità del proprio cuore, con tutte le sue ombre e le sue resistenze.

I fratelli sono un dono del Signore. Ma, proprio per questo, non hanno semplicemente la funzione di aiutarci o sostenerci lungo il cammino: ci sono affidati perché la nostra vita possa cambiare. Attraverso di loro il nostro cuore è chiamato a convertirsi, passando – come dice la Scrittura – dal cuore di pietra a quello di carne. I fratelli, infatti, non ci sono dati per confermare ciò che siamo già, ma per trasformarci. Nella loro diversità, nei loro limiti e talvolta anche nelle loro fatiche, essi diventano lo spazio concreto in cui Dio lavora la nostra umanità, sciogliendo le nostre rigidità e insegnandoci a vivere con un cuore più vero e più capace di amore.

Persino la parola greca che indica il termine fratello allude a questo mistero. Adelphós significa letteralmente “colui che viene dallo stesso grembo”. Secondo il Vangelo, questo grembo comune non coincide semplicemente con la nostra umanità, ma affonda le sue radici in Dio, quel Dio che nessuno ha mai visto e che il Figlio ci ha rivelato (cf. Giovanni 1,18). È proprio questo a rendere la fraternità tanto preziosa quanto esigente: l’altro non è come me né mi appartiene, ma viene da Dio.

Fratelli si diventa

Con grande realismo, la Scrittura racconta che riconoscere l’altro come fratello non è affatto immediato. Risalendo alle radici della violenza che attraversa la storia umana, il racconto di Genesi 4 riconosce, attraverso la sofferta relazione tra Caino e Abele, che la fraternità è anzitutto negata. È come se quel racconto rispondesse alla domanda del profeta Malachia: «Non abbiamo forse tutti noi un solo padre, forse non ci ha creati un unico Dio? Perché dunque agite con perfidia l’uno contro l’altro, profanando l’alleanza dei vostri padri?» (Malachia 2,10). Il centro di questo testo, così duro e così vero, non è tanto l’omicidio quanto la fraternità mancata.

Il nodo di questa ferita originaria sta tutto in un problema di sguardo. Il racconto della Genesi dice semplicemente che Dio guarda con favore l’offerta di Abele, ma non quella di Caino. Il testo è molto sobrio e non spiega il motivo; perciò, lungo i secoli, si sono moltiplicati i tentativi di interpretazione. Uno dei più plausibili nasce proprio da un dettaglio del racconto: Abele offre i primogeniti del suo gregge, mentre Caino presenta semplicemente alcuni frutti del suolo. Abele sembra coinvolgere se stesso nel dono, offrendo ciò che ha di più suo e di più prezioso; Caino, invece, sembra limitarsi a dare qualcosa. Non è tanto la qualità dell’offerta a fare la differenza, quanto il fatto che ciò che si offre rappresenti davvero la propria vita. Per questo Dio non accoglie il dono di Caino: non per condannarlo, ma per provocarlo. Accettare quel gesto significherebbe lasciarlo nella convinzione di non avere davvero nulla di buono da offrire. Dio, invece, sembra volerlo aiutare a credere che anche la sua vita può diventare un dono.

Caino, però, non interpreta così il gesto di Dio. Non risponde alla sua parola e non parla con Abele. Il racconto diventa sempre più essenziale, fino al gesto tragico: Caino si scaglia contro il fratello e lo uccide. Non è soltanto un atto di violenza, ma il segno di una relazione diventata ormai insopportabile. Dopo il delitto, il senso di colpa lo travolge. Ed è allora che Dio interviene di nuovo, in modo sorprendente: non cancella Caino, ma lo protegge, ponendo su di lui un segno perché nessuno lo uccida. Anche dopo il male compiuto, Dio non lo abbandona.

Questo racconto ci mette davanti a una domanda che non possiamo evitare: chi è Caino dentro di noi? La tentazione più spontanea è identificarci con Abele: la vittima innocente, il giusto incompreso, colui che offre tutto e non riceve nulla in cambio. È una posizione rassicurante, persino edificante. Ma la Scrittura non ci lascia in questa comodità. Ci chiede un passo più onesto e più difficile: riconoscere che la storia di Caino ci riguarda da vicino.

Dentro ciascuno di noi abita la stessa possibilità di irrigidirci, di chiuderci, di lasciare che il risentimento diventi distanza e che la distanza si trasformi in una forma di violenza. Non necessariamente fisica, ma reale: il silenzio ostinato, la parola che ferisce, l’indifferenza costruita come un muro. Anche noi, molto spesso, pronunciamo la parola “fratello” e parliamo di “fraternità” più con le labbra che con il cuore. Le usiamo nei discorsi, nei testi, nelle narrazioni che facciamo di noi stessi, ma quanto è difficile a renderle vere nelle scelte quotidiane.

La reazione di Caino nasce da qualcosa di molto semplice: la presenza dell’altro. Abele non fa nulla contro di lui. Vive, offre a Dio ciò che ha e viene guardato con favore. Ma proprio questo basta a turbare Caino, perché l’altro gli ricorda una verità difficile da accettare: che non siamo soli e che non siamo tutto. Quando non riusciamo a fare pace con questa realtà, la presenza dell’altro può diventare insopportabile.

Il dono della fraternità comincia a diventare reale quando smettiamo di puntare il dito verso l’altro e iniziamo a riconoscere che i potenziali responsabili del male potremmo essere anzitutto noi. Questo passaggio decisivo nel processo di conversione vale in modo particolare per noi cristiani. Ci piacerebbe presentarci al mondo come coloro che hanno già risolto il problema della fraternità: come i buoni che aiutano gli altri, come i testimoni di un amore che funziona sempre. Ma, per fortuna, le cose non stanno esattamente così.

Il Vangelo apre una prospettiva diversa, molto più liberante. Le persone che riescono davvero a compiere il bene non sono i “buoni”, ma coloro che hanno avuto il coraggio di riconoscere la propria ombra. Non chi si è costruito una buona immagine, ma chi ha visto la propria violenza possibile e l’ha consegnata a Dio, scoprendo che il suo volto è lento all’ira e grande nella misericordia. La fraternità autentica non nasce da chi non ha mai ferito nessuno, ma da chi ha riconosciuto di poterne essere capace e decide di non farlo più. È ciò che insegna l’esperienza della misericordia: chi sa di essere stato perdonato, impara a non restituire il male.

Amare di più

Riconoscere che dentro di noi abita anche la possibilità di Caino non è la conclusione del cammino, ma l’inizio. Subito nasce una domanda molto concreta: come si manifesta, nella vita di ogni giorno, questa mancanza di fraternità? Non sempre – anzi quasi mai – nelle forme estreme della violenza fisica. Più spesso prende forme più sottili, ma non meno dolorose. Possiamo mettere l’altro ai margini, ignorare quello che dice, svuotare di importanza ciò che fa. A volte cerchiamo perfino di ridurre il suo spazio accanto a noi, come se la sua presenza fosse un problema da controllare.

La tradizione francescana conserva una lettera che Francesco scrisse a un suo ministro tra il 1221 e il 1223, quando l’Ordine stava crescendo rapidamente e cominciavano ad apparire le inevitabili tensioni della vita fraterna. Il destinatario è un frate ministro stanco e scoraggiato: alcuni confratelli hanno comportamenti difficili e lui sente che questo gli impedisce di vivere bene la sua relazione con Dio. Per questo pensa che la soluzione possa essere allontanarsi, magari ritirarsi in un eremo per trovare un po’ di pace.

Francesco gli risponde in modo sorprendente. Non gli dice di correggere i fratelli, né di allontanarsi. Gli propone invece di guardare proprio a quella fatica come al luogo dove seguire davvero Cristo. Per questo lo esorta a considerare perfino gli ostacoli e le offese come occasione di grazia:

«Quelle cose che ti sono di impedimento nell’amare il Signore Dio, e ogni persona che ti sarà di ostacolo, siano frati o altri, anche se ti coprissero di battiture, tutto questo devi ritenere come una grazia E così tu devi volere e non diversamente. E ama coloro che agiscono con te in questo modo, e non esigere da loro altro se non ciò che il Signore darà a te. E in questo amali e non pretendere che siano cristiani migliori. E questo sia per te più che stare in eremo» ( Lettera a un ministro, FF 234).

In questa prospettiva la fraternità non è un problema da sopportare, ma il luogo dove si verifica la verità della nostra vita spirituale. Francesco arriva a dire che il segno distintivo del Vangelo è la misericordia verso il fratello che sbaglia:

«Non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non chiedesse perdono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo […] e abbi sempre misericordia di tali fratelli» (FF 235).

Quello che il ministro viveva come un ostacolo diventa così, nello sguardo di Francesco, il luogo più vero dell’incontro con Dio. Le relazioni fraterne segnate dalla fatica non sono incidenti di percorso, ma la strada concreta attraverso cui impariamo la logica del Vangelo.

Una dinamica molto simile si ritrova anche nella breve Lettera a Filemone di san Paolo. L’apostolo scrive a un cristiano di nome Filemone riguardo al suo schiavo Onesimo. Dopo un conflitto con il padrone, Onesimo era fuggito e aveva trovato rifugio presso Paolo, che in quel momento si trovava in prigione. Paolo lo accoglie, gli annuncia il Vangelo e lo conduce alla fede. Poi prende una decisione coraggiosa: invece di tenerlo con sé, lo rimanda dal suo padrone. Ma lo fa accompagnando il ritorno con una richiesta che cambia tutto. Scrive infatti che Onesimo deve essere accolto «non più come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo» (Filemone 16).

In questo brevissimo testo del Nuovo Testamento, colpisce soprattutto il modo in cui Paolo presenta la sua richiesta. Avrebbe l’autorità per poterla imporre, ma sceglie di non farlo. Preferisce fare appello alla libertà di Filemone e gli chiede, «in nome dell’amore», di fare lui stesso il passo più giusto. Paolo non entra in una discussione teorica sulla schiavitù. Fa qualcosa di più radicale: introduce dentro quel rapporto una logica nuova. Alla luce del Vangelo, anche una relazione segnata dal potere può trasformarsi in una relazione fraterna.

Per questo motivo la piccola lettera a Filemone è diventata, nella tradizione cristiana, un esempio molto concreto di come le relazioni si possano rigenerare quando mettiamo in gioco un amore più grande. Nelle occasioni in cui i rapporti si incrinano e la comunione è ferita, il Vangelo non suggerisce anzitutto di difendere i propri diritti, ma di cercare il bene migliore e sempre possibile: quello che permette di riconoscere nell’altro non più un avversario o un debitore, ma un fratello amato dal Signore.

Dalla morte alla vita

Ma è davvero possibile spingersi fino a questo «di più» nell’esperienza dell’amore fraterno? È alla nostra portata un’esigenza evangelica che, a volte, sembra lontana dalla vita reale? Noi cristiani – e noi religiosi in modo particolare – viviamo spesso in ambienti dove tutto appare ordinato e cordiale: non si grida, non si litiga, ci si saluta con gentilezza, si mantengono relazioni formalmente corrette. Eppure, sappiamo che a questa calma esteriore non corrispondono necessariamente relazioni vere e profonde. Anzi, con il passare degli anni, infatti, tutti accumuliamo nel cuore il peso di parole dette male, di giudizi affrettati, di sguardi mancati, di relazioni ferite o semplicemente lasciate spegnere nel tempo.

Perché allora dovremmo tornare su questo terreno fragile e provare a ricominciare? La risposta di Francesco è decisamente semplice: perché i nostri legami sono fondati su un vincolo di libertà. Non sulla simpatia o sull’affinità, ma sul fatto che Dio ci ha scelti e ci ha chiamati a vivere insieme nella Chiesa come fratelli e sorelle.

Quando Francesco insiste nel dire che i fratelli «spirituali» dovrebbero volersi più bene di quelli carnali, non sta spiritualizzando la realtà né facendo appello ai buoni sentimenti. Sta dicendo che tra fratelli nella fede bisogna avere il coraggio di andare oltre la superficie dei rapporti: affrontare i conflitti, accettare le differenze, non scappare quando le relazioni si complicano. Questo diventa possibile solo se ricordiamo da dove nasce il nostro legame e chi ha la forza di poterlo garantire.

È qualcosa che Gesù stesso lascia intravedere in un episodio raccontato dal Vangelo di Marco. Un giorno sua madre e i suoi fratelli arrivano da fuori e lo cercano. Qualcuno glielo riferisce mentre egli è seduto in mezzo alla folla. Gesù allora guarda le persone che gli stanno attorno e domanda: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi, allargando lo sguardo su quelli che siedono intorno a lui in cerchio, dice: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui è per me fratello, sorella e madre» (Marco 3,33-35).

Non è un rifiuto della famiglia naturale, né un gesto di distanza affettiva. Gesù sta rivelando qualcosa di più profondo: esiste un legame più forte del sangue, più stabile delle affinità, più autentico delle nostre simpatie. È il legame che nasce dal fare insieme la volontà del Padre. Non dipende da ciò che ci è capitato in sorte – la nascita, la provenienza, il carattere – ma da una scelta condivisa: vivere in ascolto della parola di Dio. In questo senso Gesù non abolisce la famiglia: la rifonda su una base nuova, che è la relazione con lui e l’ascolto della sua parola.

Questo ha conseguenze molto concrete per la vita della Chiesa. Una comunità cristiana – una fraternità religiosa, una parrocchia, un presbiterio – non è prima di tutto un gruppo umano che si è scelto per affinità o per ideali comuni. È un’assemblea convocata dalla voce di Dio, che ci precede e rende possibile il nostro stare insieme. Per questo la fraternità non è qualcosa che costruiamo da soli: è un dono che riceviamo dall’alto.

Ma proprio per questo ha bisogno di essere nutrita e custodita, tornando continuamente alla sorgente dello Spirito e della relazione viva con Cristo. Quando questa sorgente si intorbida – quando la preghiera diventa routine, quando la Parola non ci tocca più, quando i sacramenti si celebrano senza che il cuore vi partecipi – anche i legami fraterni iniziano lentamente a svuotarsi. Restano le forme: il saluto, il sorriso, la correttezza. Ma la sostanza si indebolisce o si perde. Questa vita non si ricostruisce con tecniche relazionali o con un semplice sforzo di buona volontà. Si ritrova solo tornando a lasciarsi raggiungere dallo sguardo di Cristo.

È l’apostolo Giovanni a dirlo con disarmante semplicità: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli» (1Giovanni 3,14). L’affermazione è forte. Giovanni non dice che amiamo i fratelli perché siamo passati dalla morte alla vita, come se la vita nuova producesse automaticamente questo tipo di amore. Afferma quasi il contrario: è proprio nell’amare i fratelli che possiamo verificare se la Pasqua di Cristo sta davvero operando in noi.

La fraternità vissuta diventa così il luogo dove il battesimo mostra se sta davvero portando frutto. È lì che la vita nuova ricevuta nello Spirito smette di essere una promessa lontana e diventa realtà concreta: storia condivisa, relazioni ricucite, pazienza che si rinnova.

Il criterio è semplice e non lascia scappatoie: la Pasqua ha iniziato a operare in noi nel momento in cui scopriamo di poter accogliere gli altri anche quando ci feriscono, quando ci deludono, quando si comportano da avversari. Non perché siamo diventati più forti o più virtuosi, ma perché qualcosa in noi è già morto e qualcosa di nuovo ha cominciato a vivere.

La vita eterna

La Pasqua è il criterio per verificare le nostre relazioni fraterne: dal modo in cui trattiamo i fratelli si capisce se siamo davvero passati dalla morte alla vita. Spesso immaginiamo la risurrezione della nostra vita in Cristo come un evento che riguarda solo il futuro. In realtà comincia già ora e prende forma nel modo in cui viviamo le relazioni e impariamo ad amare.

Un passo della Regola non bollata di san Francesco illumina molto bene questo punto. Noi tendiamo a vedere il fratello che ci ferisce o ci mette in crisi come un ostacolo, qualcuno troppo lontano dal nostro modo di pensare, fino a percepirlo quasi come un nemico. Francesco, invece, rovescia la prospettiva: proprio quella persona può diventare il luogo attraverso cui Dio ci apre alla vita eterna.

«Prestiamo attenzione, fratelli tutti, a ciò che dice il Signore: “Amate i vostri nemici e fate del bene a quelli che vi odiano”. Infatti anche il Signore nostro Gesù Cristo, del quale dobbiamo seguire le orme, chiamò amico il suo traditore e si offrì spontaneamente ai suoi crocifissori. Sono pertanto amici nostri tutti quelli che ingiustamente ci infliggono tribolazioni e sofferenze, umiliazioni e offese, dolori e tormenti, martirio e morte. Dobbiamo molto amare costoro, poiché per quello che ci infliggono ( inferunt), abbiamo la vita eterna» (RnB, Cap. XXII).

Questa intuizione di Francesco è sorprendente, perché capovolge il nostro modo spontaneo di pensare. Noi immaginiamo che il cammino verso Dio dipenda soprattutto dal bene che riusciamo a fare agli altri. Francesco, invece, ci invita a vedere le cose diversamente: a volte la nostra conversione nasce proprio da ciò che gli altri fanno a noi, anche quando ci feriscono o ci mettono alla prova. È una parola difficile da accettare, ma molto realistica. La vita fraterna non è fatta solo di gesti buoni e di momenti facili. È fatta anche di incomprensioni, di ferite, di fatiche. Anzi, le migliori occasioni di accesso alla vita eterna si trovano proprio quando siamo feriti: in quei momenti possiamo rinunciare alla violenza e scegliere invece la via del perdono, permettendo all’amore di Dio di manifestarsi e di compiersi in noi.

Questo allarga molto il nostro sguardo. Nella vita quotidiana le fatiche della fraternità possono essere pesanti. Le distanze tra di noi, le parole che feriscono, le incomprensioni che restano aperte possono diventare dolorose. Proprio per questo non dobbiamo mai smarrire l’orizzonte. Quando perdiamo la prospettiva della vita eterna, certe fatiche diventano totalmente inaccettabili.

Il tema della fraternità non riguarda soltanto la vita della Chiesa: tocca il desiderio più profondo dell’umanità. In ogni tempo e in ogni cultura gli esseri umani hanno sognato una convivenza finalmente riconciliata tra esseri umani. È un anelito che attraversa i popoli, al di là delle lingue, delle culture e delle tradizioni religiose. Poeti, musicisti e artisti hanno immaginato un mondo dove gli uomini possano riconoscersi davvero come fratelli e sorelle tra loro. Anche molte ideologie e modelli economici hanno provato a costruire questa armonia universale, scoprendo però quanto sia difficile renderla reale per tutti e ovunque.

Noi credenti nel Figlio di Dio fatto carne custodiamo nel cuore una convinzione semplice e umile: la fraternità universale diventa possibile solo quando l’uomo riscopre la sua apertura al trascendente. Come ha ricordato Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti:

Come credenti pensiamo che, senza un’apertura al Padre di tutti, non ci possano essere ragioni solide e stabili per l’appello alla fraternità. Siamo convinti che «soltanto con questa coscienza di figli che non sono orfani si può vivere in pace fra noi». Perché «la ragione, da sola, è in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità» (Papa Francesco, Fratelli tutti 272)

Quando riconosciamo Dio come Padre di tutti, impariamo a guardare ogni persona con una dignità che nessuna differenza culturale, sociale o religiosa può cancellare. La fede non ci separa dagli altri: ci ricorda piuttosto che nessuno può essere escluso dal nostro cuore perché nessuno è assente nel cuore del Padre celeste. Per questo, in questi giorni di Quaresima, mentre la storia del mondo continua a essere attraversata da divisioni, guerre e conflitti, noi cristiani non possiamo limitarci a parlare di fraternità come di un ideale da raggiungere. Siamo chiamati a riceverla come un dono e, al contempo, ad assumerla come una responsabilità molto seria e urgente.

Questo compito comincia sempre da vicino: dalle persone che condividono con noi la vita quotidiana. Non è raro, anche nella Chiesa, che differenze di sensibilità, di visione o di stile diventino motivo di contrapposizione e di distanza, fino a creare vere e proprie polarizzazioni. Sono segni di quanto sia difficile accogliere davvero la sfida della fraternità. Il cammino evangelico, però, ci chiede di fare un passo diverso: riconoscere negli altri – anche quando sono diversi, difficili o lontani dalla nostra sensibilità – dei fratelli e delle sorelle che ci sono stati affidati. E cercare di ascoltarli, di capirne le ragioni, di rispettarli in modo sincero e cordiale.

Lo possiamo fare senza alcuna paura, anzi con estrema libertà, perché sappiamo di essere già passati dalla morte alla vita con Cristo. La sua risurrezione non elimina la fatica delle relazioni, ma ci libera dal sospetto che quella fatica sia inutile. Per questo possiamo assumere il lavoro della fraternità con uno stile nuovo: con dolcezza, con rispetto e con la fiducia che ogni gesto di vero amore fraterno – anche il più nascosto – appartiene già alla vita eterna.

Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Iddio, concedi a noi miseri di fare, per tuo amore, ciò che sappiamo che tu vuoi, e di volere sempre ciò che a te piace, affinché, interiormente purificati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo, possiamo seguire le orme del tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo, e con l’aiuto della tua sola grazia giungere a te, o Altissimo, che nella Trinità perfetta e nell’Unità semplice vivi e regni e sei glorificato, Dio onnipotente per tutti i secoli dei secoli. Amen.

3. La missione

Nelle prime due meditazioni quaresimali abbiamo attraversato alcune tappe decisive dell’esperienza spirituale di Francesco. La prima ci ha condotti al cuore della sua conversione: non un semplice atto della volontà, ma una trasformazione profonda della sensibilità operata dalla grazia, capace di mutare l’amaro in dolce e di donargli uno sguardo nuovo su se stesso e sulla realtà. La seconda ci ha mostrato come questa conversione non sia rimasta un fatto interiore e isolato: il Signore gli ha donato dei fratelli, e la fraternità è diventata il luogo concreto in cui questa esperienza ha preso forma.

La terza meditazione ci invita a compiere un passo ulteriore. Conversione e fraternità non sono il punto di arrivo: trovano il loro compimento nella missione. Ciò che Francesco ha ricevuto – una sensibilità trasformata, la gioia dei fratelli, la scoperta di un Dio che ama svuotandosi – non può essere trattenuto, ma è chiamato a raggiungere e toccare la vita degli altri.

Il cammino che percorreremo si articola in cinque passaggi: il primato della testimonianza sulla parola, secondo l’intuizione francescana che Cristo non si annuncia anzitutto, ma si lascia generare attraverso una vita trasformata; lo stile del farsi accogliere, prima ancora di voler offrire qualcosa; l’arte di attendere le domande dell’altro, senza anticipare risposte non richieste; la fecondità dell’incontro, come mostra il viaggio di Francesco dal Sultano d’Egitto; e infine il paradosso evangelico della sottomissione, che non è debolezza, ma il modo più alto dell’amore — quello stesso con cui Dio si dona.

Generare Cristo

Ben presto, nella primitiva fraternità francescana, lo stare e il pregare insieme fanno nascere qualcosa di inatteso: il desiderio di condividere con altri l’esperienza e l’annuncio del Vangelo. Ai frati accade quello che era già avvenuto ai primi discepoli: dopo aver imparato a stare con Gesù, sentono di non poter trattenere per sé quello che hanno ricevuto.

«Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita […] noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi» (1Giovanni 1,1-3).

Prima c’è la comunione di vita, poi l’annuncio di salvezza. Prima la contemplazione del Verbo, poi la parola che ne testimonia la presenza. Non si può parlare davvero di ciò che non ha ancora messo radici nella propria vita.

San Francesco conosce la tentazione sottile di dire parole giuste senza lasciarsene prima trasformare, di trasmettere agli altri qualcosa che non è ancora diventato carne in noi.

«È grande vergogna per noi, servi di Dio, che i santi hanno compiuto le opere e noi vogliamo ricevere gloria e onore con il solo raccontarle» (Ammonizione VI,3; FF 154).

Raccontare le gesta dei santi senza lasciarsi cambiare dal loro modo di vivere rischia di essere solo un modo per ammirarli da lontano. Parliamo di loro, ma restiamo al riparo. Per questo serve pazienza: custodire ciò che abbiamo visto e ascoltato, lasciarlo maturare nella preghiera, finché diventa vita prima ancora che parola.

«Beato il servo che accumula nel tesoro del cielo i beni che il Signore gli mostra e non brama di manifestarli agli uomini in vista di una ricompensa, poiché lo stesso Altissimo manifesterà le sue opere a chiunque gli piacerà. Beato il servo che custodisce nel suo cuore i segreti del Signore» (Ammonizione XXVIII,1-3; FF 178).

Con queste parole Francesco mette in guardia da una tentazione molto sottile: usare le cose di Dio per cercare approvazione o riconoscimento. Anche ciò che è autentico, se esposto troppo presto, rischia di perdere la sua verità: per questo Francesco invita a custodire ciò che si riceve, lasciandolo maturare nel cuore finché diventa vita. La Regola non bollata riprende e radicalizza questa intuizione:

«Tutti i frati, tuttavia, predichino con le opere. […] Lo spirito della carne, infatti, vuole e si preoccupa molto di possedere parole, ma poco di attuarle» (Rnb XVII,3.11; FF 46.48).

Un episodio, non attestato dalle fonti ufficiali ma pienamente coerente con lo spirito di Francesco, esprime in modo chiaro questa pedagogia. Un giorno il santo chiese a frate Ginepro di accompagnarlo a predicare in città. I due percorsero le strade in silenzio, si fermarono accanto ai malati, sorrisero ai bambini, aiutarono chi era nel bisogno. Nessun discorso. Al ritorno, Ginepro domandò: «Padre mio, e la predica?». Francesco rispose: «L’abbiamo fatta, fratello mio, l’abbiamo fatta».

Confidare più nella testimonianza che nelle parole non è per Francesco una scelta strategica: è la conseguenza di una convinzione teologica profonda che occorre portare alla luce. Cristo non è un’informazione da trasmettere, ma un mistero che abita l’umanità e chiede di essere riconosciuto perché possa emergere nella vita. Il Vangelo non si comunica come una semplice notizia; si dona come una vita che lentamente prende forma. Nella Lettera ai Fedeli, Francesco offre una visione sorprendente e molto concreta della vita cristiana, in cui il credente assume nei confronti di Cristo una triplice relazione: quella dello sposo, quella del fratello, quella della madre. La più audace – e forse la più originale – è proprio quest’ultima:

«(Siamo) sposi, fratelli e madri del Signore nostro Gesù Cristo. Siamo sposi, quando nello Spirito Santo l’anima fedele si unisce a Gesù Cristo. Siamo suoi fratelli, quando facciamo la volontà del Padre suo, che è nel cielo. Siamo madri, quando lo portiamo nel nostro cuore e nel nostro corpo attraverso l’amore e la pura e sincera coscienza, e lo generiamo attraverso il santo operare, che deve risplendere in esempio per gli altri» (2Lettera ai fedeli 50-53; FF 200).

Generare Cristo non significa parlare bene di lui o convincere gli altri con parole efficaci. Significa lasciare che la sua presenza cambi davvero il nostro modo di vivere, fino a diventare visibile anche agli altri. È l’esperienza che vive una madre: prima porta il figlio dentro di sé, gli dà tempo di crescere, e solo dopo lo dà alla luce. Così è anche per la fede. Prima Cristo prende spazio dentro di noi, in silenzio, nella preghiera, nelle scelte quotidiane. E solo dopo può apparire all’esterno, nei gesti e nel modo in cui ci relazioniamo con gli altri.

Quando il mistero di Cristo si manifesta in noi, qualcosa può cominciare a muoversi anche negli altri. Non perché abbiamo detto le parole più giuste, ma perché si è resa visibile in noi una vita nuova e diversa. Il Vangelo porta frutto così: non anzitutto attraverso quello che diciamo, ma attraverso ciò che la nostra umanità riesce a esprimere, attraverso l’azione silenziosa ed efficace dello Spirito Santo.

Farsi accogliere

All’inizio della sua esperienza, san Francesco raduna i frati, parla loro a lungo del regno di Dio e poi li invia a due a due per le strade del mondo:

«Andate, carissimi, a due a due per le varie parti del mondo e annunciate agli uomini la pace e la penitenza in remissione dei peccati; e siate pazienti nelle persecuzioni, sicuri che il Signore adempirà il suo disegno e manterrà le sue promesse. Rispondete con umiltà a chi vi interroga, benedite chi vi perseguita, ringraziate chi vi ingiuria e vi calunnia, perché in cambio ci viene preparato il regno eterno» ( 1Celano, XII,29; FF 366).

Queste parole non sono un’invenzione di Francesco, ma riprendono molto da vicino il mandato con cui Gesù aveva inviato i suoi discepoli (cf. Luca 10,1-12). Il Vangelo raccomanda uno stile essenziale: partire senza sicurezze, «senza borsa né sacca», entrare nelle case augurando la pace, fermarsi, «mangiando e bevendo di quello che hanno» (Luca 10,4.7). E aggiunge un dettaglio decisivo: i discepoli sono mandati nei luoghi dove Gesù «stava per recarsi» (Luca 10,1).

Questo cambia profondamente il modo di intendere la missione. I discepoli non portano qualcosa che manca, ma preparano un incontro che Gesù stesso desidera compiere. Non tutto dipende da loro: ciò che non riescono a fare, lo compirà lo stesso Signore. Non siamo noi il centro dell’annuncio, ma il volto di Dio che possiamo, con semplicità, rendere trasparente e accessibile.

Le indicazioni di Gesù custodiscono una logica che rovescia molte delle nostre abitudini. I discepoli sono inviati senza protezioni, «come agnelli in mezzo a lupi» (Lc 10,3), con il solo compito di portare la pace e di accettare ciò che viene loro offerto. Solo dopo – e dentro quella stessa accoglienza ricevuta – possono dire: «È vicino a voi il regno di Dio» (Luca 10,9). Il movimento è chiaro: prima lasciarsi accogliere, poi annunciare.

Non si tratta di portare qualcosa dall’esterno, come per colmare una totale mancanza, ma di riconoscere il bene che è già presente e dargli un nome. Questa sequenza – accoglienza ricevuta, poi annuncio – contiene una pedagogia importante. Chi si lascia ospitare compie un gesto debole che, in apparenza, sembra rinunciare all’iniziativa. In realtà, rivela il significato più profondo del Vangelo: accettare di ricevere vuol dire riconoscere che l’altro non è solo un destinatario, ma anche qualcuno da cui poter ricevere qualcosa. Significa prendere sul serio la sua umanità, la sua capacità di bene, la sua disponibilità.

In questo modo si crea uno spazio nuovo, in cui il Vangelo non appare come qualcosa imposto dall’esterno, ma come il riconoscimento di una presenza che è già all’opera. Perché questo accada, è necessaria una povertà reale: presentarsi senza avere tutto e senza controllare tutto, accettare di dipendere anche dalla bontà e dalla sensibilità degli altri, e accorgersi che il regno di Dio è già presente, in modo nascosto, anche nella vita di chi non lo conosce ancora.

Questo stile povero e disarmato interpella profondamente il nostro modo di intendere l’evangelizzazione. Nel corso dei secoli abbiamo rischiato di viverla come un movimento a senso unico: andare verso gli altri con un atteggiamento didattico, talvolta anche giudicante, pronti a integrare ciò che manca e a ricondurre tutto alle nostre categorie.

La parola di Gesù e la testimonianza di san Francesco sembrano indicare, invece, una via più semplice e al contempo più esigente: lasciarsi accogliere, riconoscere ciò che nell’altro è già vicino a Dio e offrirgli la possibilità di emergere. Evangelizzare, in questa prospettiva, significa dire agli altri – anche senza dire nulla – che è bello che esistano, che la loro vita ha valore. Non per confermarli semplicemente in ciò che sono, ma per accompagnarli a riconoscere, poco alla volta, la verità e la bellezza che portano dentro, senza avere fretta di ricondurli alle nostre idee.

Il Regno non cresce attraverso il proselitismo, a volte troppo forzato, ma quando il nostro modo di relazionarci consente a chi incontriamo di esprimere il meglio di sé e, così, di aprirsi alla rivelazione di Dio. È lì che il Regno si rende vicino e accessibile. Non c’è nulla di spettacolare in questo modo di annunciare, ma c’è qualcosa di profondamente vero.

Papa Francesco lo aveva espresso con grande chiarezza:

«Tutti hanno il diritto di ricevere il Vangelo. I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile. La Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione» (Papa Francesco, Evangelii gaudium, 14).

Crescere per attrazione: è ciò che accade quando la nostra presenza non soffoca la libertà dell’altro, ma la risveglia; quando il nostro annuncio non pesa, ma apre uno spazio. Forse è proprio questo che il mondo attende di riconoscere nelle comunità cristiane: luoghi in cui la qualità del Regno si rende visibile e si diffonde – con discrezione e forza, con coraggio e rispetto.

Attendere le domande

Il rispetto e la stima con cui Francesco si avvicina agli altri – riconoscendo in ogni persona una presenza di Dio già all’opera – rendono possibile un vero dialogo. Non si tratta solo di saper parlare, ma anzitutto di saper ascoltare. E, quando viene il momento, di saper comunicare le parole della speranza che vengono da Dio.

Evangelizzare, in questa prospettiva, non significa dare subito risposte, ma saper attendere che emergano le domande. È un atteggiamento interiore, prima ancora che un modo di comunicare: nasce dalla convinzione che Dio conferma e completa la nostra povera testimonianza. Se è così, non serve avere fretta. Chi ha fiducia in questo stile di Dio – felice di lasciarsi rappresentare da noi – sa aspettare e concedere spazio all’altro.

Le fonti francescane conservano un episodio che mostra con grande semplicità questa modalità di annuncio del Vangelo. Presso un eremo, sopra Borgo San Sepolcro, vivevano alcuni frati, mentre nei boschi vicini si nascondevano dei briganti che uscivano spesso a rapinare i passanti. Talvolta venivano all’eremo a chiedere il pane, ma i frati avevano smesso di darglielo a causa della loro aggressività.

Un giorno san Francesco, passando per quell’eremo, venne a conoscenza della situazione e propose ai frati qualcosa di inatteso:

«Andate, procuratevi del buon pane e del buon vino, portateli a loro nei boschi dove sapete che si trovano e chiamateli gridando: “Fratelli briganti, venite da noi: siamo i frati e vi portiamo buon pane e buon vino!”. Essi verranno subito da voi. Allora voi stenderete per terra una tovaglia, vi disporrete sopra il pane e il vino, e li servirete con umiltà e allegria, finché abbiano mangiato. Dopo il pasto, annunciate loro le parole del Signore, e alla fine fate loro questa prima richiesta per amor di Dio: che vi promettano di non percuotere nessuno e di non fare del male ad alcuno nella persona. Poiché, se domandate tutte le cose in una volta sola, non vi daranno ascolto; invece, vinti dall’umiltà e carità che dimostrerete loro, ve lo prometteranno» (Compilazione di Assisi 115; FF 1669).

I frati obbedirono. I briganti vennero, mangiarono, ascoltarono — e alla fine alcuni entrarono nell’Ordine, altri cambiarono vita, altri decisero almeno di non fare più violenza.

Questo episodio mostra qualcosa di molto concreto: non si può chiedere a qualcuno di cambiare vita prima di avergli fatto sperimentare accoglienza, rispetto e fiducia. Se si anticipano troppo le richieste, anche quelle moralmente corrette, i nostri inviti non riescono ad arrivare al cuore dell’altro. Prima bisogna creare lo spazio perché possa nascere il desiderio e la domanda di un cambiamento di vita. Solo allora ciò che si dice può essere davvero ascoltato.

È lo stesso stile di Gesù. Quando incontra Zaccheo, non gli chiede nulla, non gli fa una lezione etica. Gli dice semplicemente: «Oggi devo fermarmi a casa tua» (Luca 19,5). È quell’incontro, gratuito e inatteso, a far nascere in Zaccheo il desiderio di operare una trasformazione nella sua vita.

Gli Atti degli Apostoli raccontano una scena che illumina ancora meglio questo passaggio. Nel capitolo ottavo, Filippo incontra su una strada deserta un funzionario etiope che sta leggendo il profeta Isaia senza capirlo. Non si mette subito a spiegare il testo. Si avvicina, cammina accanto a lui e gli fa una domanda molto semplice: «Capisci quello che stai leggendo?» (Atti 8,30).

A quel punto è l’altro a esporsi: «E come potrei capire, se nessuno mi guida?» (Atti 8,31). Poi l’eunuco rivolge a Filippo un’altra domanda, ancora più profonda, a partire dal testo che sta leggendo: «Di chi parla il profeta?» (Atti 8,34). Solo dopo che queste domande sono emerse, Filippo comincia ad annunciare a lui Gesù, con poche e brevi parole. A questo punto, è l’eunuco stesso a chiedere: «Che cosa impedisce che io sia battezzato?» (Atti 8,36).

Nel racconto colpisce proprio questo: l’annuncio occupa poco spazio, mentre tutto il resto – il cammino insieme, l’ascolto, le domande – è ciò che prepara davvero l’incontro. Il modo in cui si arriva a parlare di Cristo è decisivo quanto le parole che si dicono. Evangelizzare non significa riempire il silenzio di risposte, ma accompagnare le persone fino a quando possono riconoscere ed esprimere le domande che aprono la loro vita alla salvezza di Cristo. Quelle domande, infatti, sono già un luogo in cui Dio è presente e all’opera.

C’è però anche un passaggio più profondo. Filippo non resta fuori dalla scena: scende nell’acqua insieme all’eunuco. Questo gesto dice qualcosa di essenziale. Non si può accompagnare qualcuno nella fede senza essere coinvolti in prima persona. E questo coinvolgimento passa dalla disponibilità a condividere la propria debolezza e il proprio bisogno di salvezza. Anche chi è già battezzato, infatti, ha bisogno di tornare continuamente alla sorgente della propria vita in Cristo, per lasciarsi rinnovare e per restare in modo vivo dentro il cammino di conversione. Solo così ciò che diciamo può davvero toccare la vita degli altri.

Quando le parole nascono da un’esperienza reale, arrivano agli altri. Quando invece restano astratte e impersonali, non convincono nessuno. Nemmeno noi che le pronunciamo. Annunciare il Vangelo significa avvicinarsi con rispetto alla vita degli altri e riconoscere che, nella complessità della loro vita, c’è già una ricerca di senso, di bene, di verità.

I testimoni del Risorto non sono persone che hanno tutte le risposte. Sono uomini e donne che hanno imparato ad ascoltare le proprie domande e a convivere con le proprie luci e ombre, lasciandosi ogni giorno ammaestrare da Cristo. Così, con umiltà, ricominciano ogni giorno a camminare come discepoli, portando la fatica della vita insieme agli altri.

Incontrare l’altro

L’indole di Francesco era, fin da giovane, quella di chi sente il bisogno di dare la vita per qualcosa di grande. Sembrano particolarmente adatte a lui le parole dello scrittore J. D. Salinger, nel suo romanzo Il giovane Holden: «Ciò che distingue l’uomo immaturo è che vuole morire nobilmente per una causa, mentre ciò che distingue l’uomo maturo è che vuole umilmente vivere per essa». Quando il poverello di Assisi incontra il Signore Gesù, questa spinta eroica non scompare, ma cambia direzione: diventa il desiderio di donare la vita per il Vangelo. Questo desiderio lo porta nel 1219 a partire per la quinta crociata, raggiungendo gli accampamenti cristiani che si trovavano a Damietta, città portuale dell’Egitto sul delta del Nilo, proprio durante l’assedio della città, nel momento più intenso dello scontro tra l’esercito crociato e quello del sultano.

Durante una tregua, Francesco attraversa il fronte insieme a un compagno e si presenta davanti al sultano d’Egitto, Al-Malik al-Kamil. Le sentinelle lo catturano, lo maltrattano, lo incatenano, ma lui non si tira indietro e chiede di essere condotto dal loro signore. Quello che accade sorprende tutti: ciò che sembrava l’inizio di un martirio diventa un incontro segnato dal rispetto e dall’accoglienza. Come racconta Tommaso da Celano, il sultano riconosce in Francesco un uomo di Dio, lo ascolta con attenzione e, al momento del congedo, lo fa riaccompagnare sano e salvo all’accampamento cristiano, chiedendogli persino di pregare per lui, perché il Signore gli mostrasse la via più gradita (cf. 1Celano 57; FF 422-423). Anche la testimonianza di un altro cronista, Giacomo da Vitry, conferma che Francesco era stato riconosciuto come un «uomo di Dio» e aveva suscitato rispetto anche da parte di chi era considerato nemico (cf. FF 2226-2228).

Come leggere questo episodio? A prima vista sembrerebbe accadere poco: il sultano non si converte e Francesco non trova il martirio che cercava. Eppure, è proprio in questo incontro che succede qualcosa di importante. Francesco non si presenta con un discorso da fare, ma con un modo di porsi: semplice, povero, senza difese. Non cerca di imporre la propria idea, si mette davanti all’altro così com’è.

E questo atteggiamento cambia tutto. Il sultano non viene colpito da parole particolari, ma da ciò che vede: un uomo che vive davvero ciò in cui crede. In Francesco riconosce una persona in cui si rende visibile la povertà e l’umiltà di Cristo. Il sultano non si sente attaccato o messo in discussione, ma accolto dal suo inatteso ospite. Per questo, a sua volta, si apre: ascolta, rispetta, si mostra persino generoso.

In quel momento non avviene una conversione nel senso che noi sempre ci aspettiamo, ma nasce qualcosa di altrettanto reale: un incontro vero tra due uomini, diversi per fede e per storia, che riescono a stare uno davanti all’altro senza paura. Proprio questo modo di incontrarsi lascia una traccia nella storia e, nel tempo, diventa anche uno stile che rende possibile la relazione e il dialogo tra religioni diverse, senza che nessuno debba imporsi sull’altro. Francesco non rinuncia alla propria fede, ma si avvicina all’altro in modo tale da metterlo nella condizione di esprimere il meglio della propria umanità. In questo incontro non c’è uno che prevale sull’altro, ma due uomini che si riconoscono nella loro dignità.

Il vero “miracolo” avvenuto a Damietta non è la conversione del sultano. È che, in mezzo alla guerra, due uomini hanno trovato il modo di incontrarsi davvero e di lasciarsi nella pace. Entrambi restano nella propria fede, e proprio per questo l’incontro è reale. In quello scambio accade qualcosa che non si può misurare con le categorie del successo o dell’insuccesso. Francesco torna senza risultati evidenti, ma con una consapevolezza più profonda: il Vangelo non si annuncia per vincere, ma per incontrare. L’altro non è un bersaglio da raggiungere, ma una soglia davanti alla quale ci si ferma, attendendo di essere accolti. Evangelizzare non significa accorciare la distanza a ogni costo, ma attraversarla senza cancellarla, custodendo la differenza come lo spazio in cui Dio continua ad agire nel cuore di ciascuno.

Sottomessi a tutti

Il viaggio in Egitto lascia in Francesco una traccia profonda, silenziosa e duratura. Non ne parla nei suoi scritti – come non parlerà mai delle stimmate – eppure quell’incontro riaffiora negli anni successivi in alcune scelte e in alcune parole che scrive.

Una prima traccia si coglie in una lettera che scrive, idealmente, a tutti i governanti del mondo, chiedendo loro che ogni sera si annunci pubblicamente la lode a Dio, perché tutto il popolo possa unirsi (cf. Lettera ai reggitori dei popoli, 7; cf. FF 213;). È una proposta insolita, che molti hanno collegato a una tradizione che aveva visto e ascoltato in Oriente: quella voce che, più volte al giorno, richiamava i fedeli alla preghiera. Francesco non copia, ma riconosce qualcosa di buono, lo accoglie e lo rielabora. Lo stesso accade nelle Lodi di Dio altissimo, dove il susseguirsi dei nomi di Dio porta l’eco di una preghiera ancora oggi diffusa nella tradizione islamica (cf. Lodi all’Altissimo; FF 261).

Da questi particolari emerge un tratto molto significativo: nell’incontro con l’altro non c’è solo qualcosa da dare, ma anche qualcosa da ricevere. Da questa consapevolezza scaturisce un atteggiamento di radicale apertura all’altro che Francesco ha sicuramente integrato nella propria comprensione del Vangelo. Nella Regola non bollata, si trova un breve capitolo che indica ai frati il modo in cui devono vivere quando si trovano tra persone di una fede diversa. Francesco scrive che essi devono essere «soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio» (Regola non Bollata XVI, 6; FF 43). È una parola forte, che nel Testamento diventerà ancora più netta: «sottomessi a tutti». Prima di ogni parola, prima di ogni annuncio, c’è un modo di stare in relazione all’altro: non mettendosi sopra, ma scegliendo di stare sotto.

Questa espressione può essere fraintesa. Secondo il Vangelo e nella sensibilità di Francesco, la sottomissione non vuol dire perdere la propria identità, né rassegnarsi di fronte all’altro per debolezza. È una scelta libera di rispetto e di dialogo. Vuol dire riconoscere che l’altro non è un terreno da conquistare, ma una vita da incontrare, rispettare e accogliere. Chi accetta di porsi in questo modo permette all’altro di aprirsi, di emergere, di mostrarsi per quello che è. Questo modo di porsi, già da solo, è un atto profondamente evangelico.

In fondo, è lo stesso movimento con cui il Figlio di Dio si è presentato e offerto al mondo. L’inno della Lettera ai Filippesi dice che Cristo:

«svuotò se stesso, assumendo la condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Filippesi 2,7-8).

Dio non si è imposto all’uomo, ma gli ha fatto spazio. Non ha custodito gelosamente la propria grandezza: l’ha consegnata, perché l’altro potesse accoglierla e vivere. È questa la forma dell’amore.

Ecco perché annunciare Cristo da una posizione di superiorità o di controllo rischia di tradire proprio quel Vangelo che si vorrebbe comunicare. La nostra autorevolezza non nasce dal ruolo, ma da una vita che accetta di entrare in questo dinamismo di amore. È ciò che Francesco ha intuito quando ha chiamato i suoi frati «minori»: assegnando loro non un titolo, ma un modo concreto di stare nel mondo. È proprio questa piccolezza, questa umiltà vissuta, a rendere fecondo l’annuncio del Vangelo. Quando non ci imponiamo, ma lasciamo spazio, qualcosa può accadere: negli altri, ma anche dentro di noi. Perché ogni creatura, quando è accolta e non viene forzata, può lasciar emergere il bene che porta in sé — quel bene in cui, in modo nascosto, è già presente il mistero di Cristo.

Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Iddio, concedi a noi miseri di fare, per tuo amore, ciò che sappiamo che tu vuoi, e di volere sempre ciò che a te piace, affinché, interiormente purificati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo, possiamo seguire le orme del tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo, e con l’aiuto della tua sola grazia giungere a te, o Altissimo, che nella Trinità perfetta e nell’Unità semplice vivi e regni e sei glorificato, Dio onnipotente per tutti i secoli dei secoli. Amen.

4. La libertà dei figli di Dio

In queste meditazioni di Quaresima, nell’anno in cui la Chiesa celebra l’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi, abbiamo scelto di lasciarci accompagnare dalla figura del poverello nel cammino di conversione al Vangelo. Nelle prime due meditazioni abbiamo contemplato Francesco nella tensione tra la grandezza della sua vocazione e la fragilità della sua umanità: la conversione come cammino di umiltà e la fraternità come luogo concreto in cui quella conversione si verifica e prende forma. Nella terza meditazione ci siamo soffermati sul compito della missione: il modo in cui Francesco ha annunciato il Vangelo non con la forza delle parole o l’efficacia delle strategie, ma con la povertà disarmata di una vita offerta. In questa quarta e ultima meditazione proviamo a guardare il frutto più maturo della sua esperienza: la libertà dei figli di Dio. Non quella di chi si sottrae al rischio e al peso della vita, ma quella di chi ha imparato, gradualmente e attraverso molte prove, che nulla – nemmeno il rifiuto, la malattia o la morte – può mai separarci dall’amore di Dio.

La perfetta letizia

San Francesco ha vissuto un’esperienza spirituale di grande intensità, ma non lontana dalla nostra umanità. Non è diventato santo perché ha fatto cose straordinarie, ma perché ha imparato a lasciarsi guidare da Dio dentro la concretezza e la povertà della sua esistenza. Per questo la tradizione spirituale è arrivata a definirlo un alter Christus, cioè un uomo che, accogliendo lo Spirito Santo con disponibilità, è diventato somigliante al Figlio di Dio incarnato. Le conversioni, le guarigioni e i segni che sono avvenuti nel suo pellegrinaggio in questo mondo non sono altro che il riflesso di un’immersione piena ed efficace nella grazia della vita nuova in Cristo. Tommaso da Celano dice che, verso la fine dei suoi giorni, Francesco: «non era tanto un uomo che pregava, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente» (Tommaso da Celano, Vita Seconda 95; FF 682). Questo non significa che il Santo passasse tutto il suo tempo a recitare formule di preghiera, ma che tutto il suo modo di vivere era diventato come una continua preghiera, cioè esprimeva una relazione stabile, profonda, autentica con Dio.

Negli ultimi anni, però, la fede di san Francesco è stata messa alla prova dalla sapienza di Dio. Le fonti raccontano che Francesco ha attraversato una «grandissima tentazione», una crisi lunga e profonda, che lo ha coinvolto «interiormente ed esteriormente, spirito e corpo» al punto che «fuggiva la compagnia dei fratelli, perché, sopraffatto da quella tortura, non riusciva a mostrarsi loro nella sua abituale serenità» (Compilazione di Assisi, 63; FF 1591).

L’Ordine dei Frati Minori è cresciuto e si è trasformato, e Francesco fa fatica a riconoscere in esso lo spirito che ha animato i suoi inizi. Alla Porziuncola si sente messo da parte, quasi inutile, persino considerato un «idiota». In questo tempo drammatico e tormentato, Francesco apre il suo cuore all’amico e compagno frate Leone. Mentre si trovano insieme a Santa Maria degli Angeli, Francesco elabora ad alta voce il suo dolore raccontando una parabola. Chiede a frate Leone di elencare alcune cose belle che potrebbero rappresentare un vanto per lui e per la Chiesa: numerose vocazioni di frati santi, grande successo nella predicazione, guarigioni, miracoli, stima degli altri. Poi gli dice di scrivere: «in tutte queste cose non è vera letizia». Il compagno, a questo punto, domanda perplesso: ma, allora, «qual è la vera letizia?». Francesco risponde così:

«Ecco, io torno da Perugia e a notte fonda arrivo qui, ed è tempo d’inverno fangoso e così freddo che all’estremità della tonaca si formano dei dondoli d’acqua fredda congelata, che mi percuotono continuamente le gambe, e da quelle ferite esce il sangue. E io tutto nel fango e nel freddo e nel ghiaccio, giungo alla porta e, dopo che ho picchiato e chiamato a lungo, viene un frate e chiede: “Chi è?”. Io rispondo: “Frate Francesco”. E quegli dice: “Vattene, non è ora decente questa di andare in giro; non entrerai”. E poiché io insisto ancora, l’altro risponde: “Vattene, tu sei un semplice e un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te”. E io resto ancora davanti alla porta e dico: “Per amor di Dio, accoglietemi per questa notte”. E quegli risponde: “Non lo farò. Vattene al luogo dei Crociferi e chiedi là”. Io ti dico che, se avrò avuto pazienza e non mi sarò inquietato, in questo è vera letizia e vera virtù e la salvezza dell’anima» (Della vera e perfetta letizia; FF 278).

Il racconto ha una struttura semplice e sapiente. Dopo aver elencato ciò che non coincide con la vera letizia, si arriva al punto chiave: la gioia autentica si manifesta quando il rifiuto, l’umiliazione e l’incomprensione non riescono a toglierci la pace.

La letizia vera non coincide con quel sentimento che proviamo quando le cose vanno bene e la nostra vita riceve riconoscimento e consolazione, ma nel modo in cui reagiamo nelle circostanze avverse, quando siamo rifiutati ed esclusi. Non si tratta, naturalmente, di diventare insensibili al dolore. Francesco non cerca un cuore anestetizzato, ma scopre di poter avere un cuore libero anche nelle più grandi sofferenze. La felicità non è proteggersi dalla realtà, ma imparare ad accoglierla anche quando ferisce, senza esserne sopraffatti. È lì che la vita cristiana diventa concreta e noi impariamo a custodire una gioia che non dipende da come vanno le cose, ma da come scegliamo di viverle. Lo dice anche l’apostolo Giacomo:

«Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla» (Giacomo 1,2-4).

La risposta che Francesco indica non è fuggire il male, né negarlo, né restituirlo. È qualcosa di più profondo: assorbirlo, senza lasciarlo ripartire da noi verso gli altri. Rifiutarsi di diventare ciò che ci ha ferito. È una via esigente, ma liberante. Perché il male, quando lo riceviamo, tocca sempre qualcosa di vivo dentro di noi. Ed è proprio lì, in quel punto vulnerabile, che può nascere la letizia perfetta: non come assenza di ferite, ma come libertà di non lasciarsi definire da esse. È una libertà che non cancella il dolore, ma gli impedisce di avere l’ultima parola.

La pienezza della vita

Questa capacità di scoprirsi lieti anche in mezzo alle tribolazioni non è un traguardo spirituale riservato a pochi privilegiati, che hanno ricevuto il dono di una speciale intimità con Dio. Nel Vangelo, Gesù mostra che questo modo di vivere – liberi persino di fronte all’odio e alla persecuzione – è la forma compiuta della vita nuova nel suo nome. Per questo all’inizio del suo ministero pubblico, era salito su un monte e aveva pronunciato le Beatitudini. Non una legge, ma una promessa. Non un programma di perfezionamento morale, ma la rivelazione di una felicità già all’opera nel cuore della realtà.

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così, infatti, perseguitarono i profeti che furono prima di voi (Matteo 5,3-12).

Queste parole, che conosciamo quasi a memoria, sono il cuore del Vangelo, perché smontano definitivamente l’illusione che la felicità dipenda dai traguardi e dai successi che nella vita possiamo raggiungere – magari anche rincorrere. Gesù indica le situazioni più scomode e difficili in cui ci possiamo trovare e afferma che proprio lì si nasconde una misteriosa pienezza di vita. Le Beatitudini non invitano a fuggire dalla realtà né a rimandare la felicità a un futuro lontano. Chiedono di abitare più a fondo ciò che viviamo, anche quando si mostra fragile e incompiuto. Annunciano che la strada verso una vita piena passa dentro la nostra esperienza concreta, dentro ciò che siamo e ciò che stiamo attraversando. Non siamo noi a dover costruire o conquistare la felicità: la beatitudine è una promessa già deposta nella nostra vita, come un dono del Padre. Si tratta di imparare a riconoscerla e ad accoglierla.

C’è però un aspetto decisivo da sottolineare. Le Beatitudini non parlano soltanto di un domani in cui saremo ricompensati da Dio: dicono che questa vita, così com’è, è già il luogo in cui possiamo assaporare la pienezza della vita. E questo diventa possibile perché quelle parole nascono da uno sguardo preciso: quello di Gesù che ci rivela quello che siamo agli occhi di Dio. Gesù osserva uomini e donne segnati dalla fatica, dalla povertà, dal dolore, dalla ricerca. E proprio su di loro pronuncia una parola di benedizione. È come se dicesse: in quello che siete e in quello che state cercando di vivere, c’è già una pienezza destinata a maturare e a compiersi.

Le Beatitudini non tracciano un cammino eroico, ma ci abilitano a offrire un consenso umile a ciò che ci è dato vivere, anche quando costa fatica, solitudine e persecuzioni. Esse affermano che la realtà, così com’è, può diventare un luogo di felicità. Questo significa che la vita non va rimandata né idealizzata, ma accolta nella sua tragica e sublime concretezza. La gioia evangelica non elimina le ferite, ma le attraversa e le trasforma, aprendoci all’amore più grande, quello che perdona. È proprio in questa adesione al reale che si apre una libertà nuova, capace di non dipendere più dalle condizioni esterne.

Questo è il cuore delle Beatitudini. Ed è ciò che Francesco ha intuito al termine della sua esperienza umana e cristiana, quando ha svelato a frate Leone con una parabola il luogo in cui abita la gioia più autentica.

Le conseguenze dell’amore

Nella storia della spiritualità cristiana, i fenomeni mistici nei quali il mistero della sofferenza di Cristo si riflette nel corpo del credente sono stati spesso fraintesi, talvolta temuti, altre volte ridotti a eventi da catalogare come prodigi inspiegabili. Il rischio più sottile è lasciarsi condurre da essi verso un’immagine distorta di Dio: come se avesse bisogno del nostro dolore per essere soddisfatto o glorificato, come se al sacrificio di Cristo mancasse ancora qualcosa, come se vivessimo ancora in una logica antica di debito ed espiazione.

Sappiamo che le cose non stanno in questi termini. Dio non ha bisogno di nulla da noi, se non che accogliamo il dono del sacrificio di Cristo e, mediante la sua assimilazione progressiva, impariamo a vivere l’amore nella sua pienezza. Quando Dio tocca un uomo in profondità, non sta dunque aggiungendo dolore, ma sta trasformando e trasfigurando quello che è già presente nella sua storia, facendolo diventare un segno e una conseguenza dell’amore.

Con questa consapevolezza possiamo avvicinarci all’evento delle stimmate di Francesco, avvenuto sul monte della Verna tra l’estate e l’autunno del 1224, due anni prima della morte, nel tempo che va dalla festa dell’Assunzione a quella di san Michele. Le fonti raccontano che, al termine di una quaresima vissuta in onore dell’Arcangelo, Francesco ebbe la visione di un Serafino crocifisso e che, da quell’incontro, il suo corpo fu segnato dai chiodi alle mani e ai piedi e dalla ferita al fianco (cf. Tommaso da Celano, Vita Prima, 94-95; FF 485-486). Ma per comprendere ciò che accade alla Verna bisogna guardare alla condizione in cui Francesco vi giunge. Le ferite erano già presenti in lui, prima ancora di diventare visibili. Il corpo era provato, gli occhi segnati da una malattia che lo stava conducendo verso la cecità. L’anima era attraversata dalla «grande tentazione»: l’Ordine cresceva oltre misura, assumendo forme che egli non riconosceva più, e i frati – generati da lui – si allontanavano dal suo radicalismo evangelico. Si sentiva messo da parte, percepito come un peso. Saliva sul monte non da vincitore, ma da uomo ferito.

È proprio qui che l’esperienza mistica mostra il suo significato più vero. Dio non interviene aggiungendo nuove lacerazioni, ma trasformando quelle che già abitano la vita. Le sofferenze di Francesco – il fallimento dei suoi progetti, l’incomprensione dei fratelli, la solitudine di chi si è consegnato senza riserve – smettono di essere un peso trattenuto dentro e diventano luogo di relazione. Ciò che sembrava separarlo dagli altri si converte in ciò che lo unisce a Cristo e, di conseguenza, lo riconcilia con i fratelli. Le parole che l’apostolo Paolo scrive alla fine del capitolo ottavo della lettera ai Romani esprimono in modo adeguato questo passaggio cruciale della vita di san Francesco:

«Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? […] Io sono persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Romani 8,35.38-39).

Le stimmate non sono un prodigio da osservare a distanza, né un privilegio riservato a pochi eletti. Sono il segno visibile di una trasformazione interiore: il punto in cui le ferite non si chiudono nella durezza, ma si aprono alla relazione. Questo è il dono della Verna: le sconfitte dell’uomo – fallimenti, malattie, delusioni relazionali – possono diventare luoghi in cui la nostra umanità cambia. Il dolore non scompare, ma non ha più l’ultima parola. Francesco scende dalla Verna con il corpo segnato e il cuore libero: capace di guardare i fratelli con pazienza, di voler loro bene proprio dentro i loro limiti. È passato dalla morte alla vita.

Questa storia, raccontata ancora dopo ottocento anni, è una buona notizia perché riguarda ciascuno di noi. I dolori della vita lasciano in noi segni che non sempre comprendiamo e che spesso facciamo fatica ad accettare. Sono ferite che restano aperte a due possibilità: possono chiuderci nel risentimento o nella fuga, oppure diventare spazi di crescita e di libertà.

Nella misura in cui riusciamo ad accogliere le nostre ferite, scopriamo che possono essere trasfigurate dallo Spirito di Cristo per assumere un rinnovato valore simbolico. Restano ferite, ma diventano segno di un’appartenenza più profonda, certificando il nostro essere diventati membra del corpo di Cristo. Allora le parole di Paolo diventano comprensibili e significative anche per noi: «D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo» (Galati 6,17). La sofferenza non sparisce, ma non ha più il potere di chiuderci. Nel fondo del cuore scopriamo di avere una pace che niente e nessuno ci può togliere.

Sorella morte

C’è un antico detto della tradizione indiana che paragona la vita umana a quattro stagioni: la primavera per imparare, l’estate per insegnare, l’autunno per ritirarsi nella foresta e meditare, l’inverno per imparare a mendicare. Francesco le ha attraversate tutte. Ha imparato nella giovinezza inquieta di Assisi, ha insegnato negli anni della predicazione e della fondazione dell’Ordine, si è ritirato nella solitudine della Verna e dei suoi eremi. Ma è nell’inverno della vita, nei mesi che precedono la morte, che compie il gesto più difficile: impara a mendicare. Non il pane – quello lo aveva sempre saputo chiedere. Impara a mendicare consolazione, vicinanza, tenerezza. Impara a ricevere.

Negli ultimi mesi Francesco si fece accogliere nel palazzo del vescovo di Assisi. È un dettaglio che colpisce. Quell’uomo che aveva fatto della povertà la cifra della sua vita, che si era spogliato di tutto davanti al padre e al vescovo, accetta ora di essere curato in un luogo protetto. Non è una contraddizione. È la coerenza di chi ha imparato che anche ricevere è un atto di umiltà. La povertà degli inizi lascia il posto a qualcosa di più autentico: la povertà di chi sa di avere bisogno degli altri sia per vivere che per morire.

In quella dimora dove è ospitato, Francesco chiese ai frati di cantare le lodi di Dio per lenire il suo dolore. Le faceva cantare anche di notte. E quando frate Elia gli fece notare che quella letizia avrebbe potuto sorprendere chi lo sapeva prossimo alla morte, Francesco rispose:

«Fratello, lascia che io goda nel Signore e nelle sue Laudi in mezzo ai miei dolori, poiché, con la grazia dello Spirito Santo, sono così strettamente unito al mio Signore che, per sua misericordia, posso ben gioire nell’Altissimo!» (Compilazione di Assisi 99: FF 1637).

Quando poi il medico gli disse che la morte era imminente, volle sapere con certezza: «Dimmi la verità, che cosa prevedi? Non avere paura poiché, con la grazia di Dio, non sono un codardo che teme la morte» (Compilazione di Assisi 100; FF 1638). Alla notizia rispose con una parola disarmante: «Ben venga, mia sorella Morte!». Proprio così aveva chiamato la morte, quando aveva aggiunto al suo Cantico delle Creature l’ultima strofa:

«Laudato sì’, mi’ Signore, / per sora nostra Morte corporale,/ da la quale nullu homo vivente pò skampare» (Cantico di Frate Sole 27-29; FF 263).

Quella parola – sorella – non è una metafora consolatoria. È il frutto di un lungo cammino di riconciliazione. Come dice la lettera agli Ebrei, il diavolo ci tiene schiavi tutta la vita per paura della morte (cf. Ebrei 2,15). Per questo tutti proviamo a scamparla e a fuggirla in ogni modo, finché ci è possibile farlo.

Ma quando l’amore di Cristo riesce a plasmare in noi una vita nuova, quella paura si scioglie lentamente, e la morte cambia volto, trasformandosi nell’ultima e definitiva occasione di conversione: il momento in cui si lascia andare tutto ciò che ancora si trattiene e ci si consegna, senza riserve, allo sguardo giusto e misericordioso del Padre.

Consapevole che la fine era vicina, Francesco volle poi lasciare il palazzo del vescovo e farsi portare alla Porziuncola, nel luogo a lui più caro al mondo. Le fonti raccontano che tra i suoi ultimi desideri ci fu anche quello di ricevere la visita di donna Jacopa dei Settesogli, l’amica romana che per anni lo aveva sostenuto con affetto fedele. Per questo le scrisse un biglietto, pregandola di venire a trovarlo e di portargli quei dolcetti che lei sapeva preparare e che lui amava molto. È il gesto di un uomo che desidera ancora, per l’ultima volta, un volto amico e un po’ di dolcezza.

Donna Jacopa arrivò prima ancora che la lettera partisse, ispirata da Dio: «Così ella entrò dal beato Francesco, versando davanti a lui molte lacrime» (Compilazione di Assisi 8; FF 1548). In quella scena – un uomo malato, un’amica in lacrime, i frati intorno, il canto delle laudi nella notte – si compie l’ultimo atto della povertà evangelica di Francesco. Non quella degli inizi, fatta di gesti di rottura radicale, ma la più difficile: quella di chi accetta di essere visto nella propria fragilità, di chi non ha più nulla da dimostrare e nulla da difendere, di chi sa di avere bisogno degli altri per quel passaggio che, alla fine, si affronta da soli. Francesco muore così, dopo aver imparato la lezione più alta: che ricevere è la forma più pura del dono, e che lasciarsi amare fino alla fine è la più grande delle libertà.

Nudo sulla terra nuda

Le biografie ufficiali hanno scelto di narrare la morte di Francesco in modo diverso. Tutto ciò che rimandava a un uomo bisognoso viene attenuato o lasciato sullo sfondo. In esse emerge soprattutto la figura del santo, dell’eroe cristiano, del testimone esemplare della perfezione evangelica. Bonaventura presenta Francesco come colui che «voleva pagare il suo debito alla morte» (Leggenda Minore 7,3; FF 1386), con la consapevolezza di un cavaliere che va incontro al proprio avversario. La sua intera esistenza appare come un cammino ascensionale verso la pienezza, e la morte come il suo degno compimento.

E tuttavia, proprio dentro questo tipo di narrazione alta e luminosa, le stesse fonti conservano un dettaglio che non è possibile cancellare, perché troppo vero.

«Sfinito da quella malattia così grave, che mise termine a ogni sua sofferenza, si fece deporre nudo sulla terra nuda, per essere preparato in quell’ora estrema, in cui il nemico avrebbe potuto ancora sfogare la sua ira, a lottare nudo con un avversario nudo» (Tommaso da Celano, Vita Seconda 214; FF 804).

Nudo sulla terra nuda: non è un’immagine ascetica né una sfida simbolica alla morte, ma il compimento coerente di un’intera esistenza. La spoliazione era stata il filo rosso di tutto il suo cammino: anni prima, in piazza ad Assisi, davanti al padre Pietro di Bernardone e al vescovo Guido, Francesco si era tolto ogni abito, restituendo tutto e scegliendo di non fondare più la propria identità su un possesso, un ruolo, un nome. Quel giorno aveva indossato il saio come si indossa una libertà. Ora, al termine del suo pellegrinaggio, anche quell’ultimo abito non serve più. Non perché venga disprezzato, ma perché non è più necessario. Francesco ha finito il suo viaggio e si è riconciliato, infine, con la propria storia, con ciò che ha vissuto e anche con ciò che non è riuscito a compiere. Non ha più nulla da temere e niente di cui vergognarsi: ogni pagina della sua vita si è lasciata illuminare dalla grazia. Ha combattuto la buona battaglia della fede: è diventato un figlio di Dio autentico.

Nella Scrittura la nudità non è un dettaglio marginale, ma custodisce il segreto del rapporto tra l’uomo e Dio. «L’uomo e sua moglie erano nudi e non provavano vergogna» (Genesi 2,25): all’inizio la nudità è trasparenza, anzi è la condizione di chi vive senza difese perché riceve tutto come dono. È il serpente a introdurre il sospetto, insinuando che la vita debba essere posseduta e protetta. Da quel momento la nudità diventa vergogna, la morte terrore, e il corpo un luogo di tensione. Eppure, Dio non abbandona l’uomo in questa paura: tutta la storia biblica racconta un Dio che continua a cercare l’uomo per restituirgli fiducia. Cristo porta questa storia al compimento sulla croce, nudo, esposto, mentre continua a benedire. È lì che Dio raggiunge l’uomo nel punto più fragile della sua esistenza e spegne definitivamente il sospetto sulla vita e sulla morte. L’antidoto alla paura non è una difesa più forte, ma il contrario: smettere di difendersi, allargare le braccia e imparare a ricevere.

Francesco ha lentamente assimilato questo segreto, allenandosi per tutta la vita a tornare alla propria nudità creaturale. Ogni spoliazione è stata un atto di fiducia, ogni rinuncia un passo verso una libertà più profonda. Ma la nudità finale della Porziuncola non è soltanto la coerenza di un cammino ascetico: è la riconciliazione di un uomo con se stesso. Nel corso della sua vita Francesco aveva attraversato molte identità – il figlio del mercante, il giovane ambizioso, il cavaliere mancato, il convertito, il fondatore, il predicatore, il malato, perfino l’uomo ferito e frainteso – e ora, disteso sulla terra, tutto questo si scioglie. Rimane soltanto l’essenziale: una creatura in mezzo ad altre creature, in pace davanti al suo Creatore, bisognosa di tutto e, proprio per questo, pronta a ricevere tutto con gratitudine.

È per questo che la Chiesa lo riconosce santo. Non anzitutto per ciò che ha fatto, ma per ciò che ha saputo diventare. Francesco ha custodito la sua umanità fino in fondo, senza nasconderla e senza irrigidirla. Ha imparato ad accettare la propria fragilità, a vivere come figlio e come fratello, senza più vergognarsi della propria piccolezza. E proprio in questa piccolezza accolta ha trovato la libertà più grande: quella di mettersi a servizio della Chiesa e del mondo con generosità, senza misura, senza calcolo e senza difese.

Conclusione

Il cammino di Francesco d’Assisi non è un’eccezione riservata a pochi, ma la forma piena di ciò che il Vangelo promette a ogni battezzato: una vita libera, capace di amare fino alla fine e di attraversare il dolore senza esserne vinta. È una grazia reale, accessibile, che ci consente di riconoscere in ogni realtà – persino nella morte – il volto di un Padre che non ci abbandona mai.

Di fronte a questa testimonianza, il compito di noi pastori è tanto importante quanto delicato. Non possiamo adattare il Vangelo alle nostre paure, ridurlo a una proposta rassicurante o a un insieme di pratiche religiose che ne conservano l’apparenza ma ne svuotano la vera forza spirituale. Offrire un cristianesimo a buon mercato, più facile ma meno esigente, significa privare gli uomini e le donne di ciò di cui hanno davvero bisogno: un cammino in grado di condurre i nostri passi dentro la vita eterna.

Il Vangelo non ci invita a vivere di meno, né a fuggire il peso e la fatica della realtà. Ci autorizza, piuttosto, a desiderare la vita nella maggior intensità possibile, accogliendo con umiltà la croce e il pane di ogni giorno. Il Vangelo non offre scorciatoie, ma ci abilita a un cammino di purificazione e di conversione che conduce alla libertà dei Figli di Dio. È responsabilità dei pastori della Chiesa custodire questa verità senza attenuarla, indicando percorsi che dischiudano le porte verso la piena maturità in Cristo.

In questo anno in cui contempliamo Francesco, lasciamoci provocare dalla sua testimonianza evangelica. Non si tratta di imitarne i gesti, ma di farci inquietare dal desiderio che ha guidato ogni passo della sua vita: conoscere Cristo, «la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti» (Filippesi 3,10).

Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Iddio, concedi a noi miseri di fare, per tuo amore, ciò che sappiamo che tu vuoi, e di volere sempre ciò che a te piace, affinché, interiormente purificati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo, possiamo seguire le orme del tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo, e con l’aiuto della tua sola grazia giungere a te, o Altissimo, che nella Trinità perfetta e nell’Unità semplice vivi e regni e sei glorificato, Dio onnipotente per tutti i secoli dei secoli. Amen.

p. Roberto Pasolini, OFM Cap.
Predicatore della Casa Pontificia

Fonte https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it.html

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